Addio a Claudio Spadaro, il volto di Pigreco e del Mussolini di Zeffirelli
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Claudio Spadaro non è più un attore di secondo piano, per quanto lui stesso – uomo schivo e poco incline ai riflettori della ribalta mondana – abbia sempre preferito restare defilato, lasciando che fosse il suo lavoro a parlare. La sua scomparsa, avvenuta a Taranto all’età di 72 anni, restituisce il ritratto di un interprete che ha attraversato cinquant’anni di storia del costume italiano senza mai strafare, ma lasciando un’impronta indelebile ogni volta che compariva sullo schermo.
L’attore, nato nel capoluogo ionico il 17 giugno 1953, era tornato tra le mura domestiche qualche mese fa, a marzo secondo le prime ricostruzioni, per cercare di arginare i danni di un tumore che ne aveva progressivamente compromesso le condizioni di salute; una battaglia, questa contro la malattia incurabile, che si è purtroppo conclusa nel peggiore dei modi a pochi giorni dal suo settantatreesimo compleanno.
Da Roma a Taranto, il ritorno per la malattia
Trasferitosi nella Capitale da giovanissimo con il sogno di calcare le scene teatrali prima e i set cinematografici poi, Spadaro aveva costruito la sua solida reputazione lontano dalla sua terra d’origine. Eppure, proprio quel legame con la Puglia non si è mai spezzato del tutto: la decisione di fare ritorno a Taranto negli ultimi mesi di vita rappresenta una sorta di chiusura del cerchio, un bisogno istintivo di concludere l’esistenza lì dove tutto era cominciato.
I funerali sono stati celebrati nella chiesa del Santissimo Crocifisso della città ionica, dove parenti, amici e colleghi hanno potuto rendere l’ultimo omaggio a un uomo che, fino all’ultimo, ha affrontato il suo calvario con la stessa sobrietà riservata che lo contraddistingueva sul lavoro.
L’agente Pigreco e il duce: i ruoli cult
Per il grande pubblico, il suo volto resterà per sempre associato a due figure antitetiche ma ugualmente iconiche. Da un lato c’è l’agente dei servizi segreti conosciuto con il nomignolo di "Pigreco", quel personaggio ambiguo e silenzioso che tra il 2008 e il 2010 popolava le scene della serie cult "Romanzo criminale"; una produzione, quella diretta da Stefano Sollima, che ha rivoluzionato il linguaggio della fiction italiana consegnando alla memoria collettiva un manipolo di personaggi indimenticabili, tra cui quello impersonato con misurata eleganza da Spadaro.
Dall’altro lato, invece, c’è il dittatore: lui, che si dichiarava antifascista senza troppi giri di parole, ha indossato la divisa di Benito Mussolini per ben quattro volte, detenendo di fatto il record di interpretazioni del duce sul grande e piccolo schermo.
La prova più celebre rimane quella voluta da Franco Zeffirelli nel film "Un tè con Mussolini", pellicola del 1999 in cui recitava accanto a dive del calibro di Maggie Smith e Cher; un ruolo, questo del gerarca, che Spadaro gestiva con il distacco del puro professionista, lontano da quelle sofferenze psicologiche che invece altri colleghi, come ha avuto modo di raccontare in passato, hanno dichiarato di aver provato.
Una carriera tra Bellocchio, Moretti e la televisione popolare
La versatilità di Spadaro, tuttavia, non si esauriva certo nei personaggi più noti al grande pubblico. Il suo esordio sul grande schermo risale alla fine degli anni Settanta, eppure è negli anni Ottanta che inizia a farsi notare da registi di primo piano: da Nanni Moretti ("Sogni d’oro") a Marco Bellocchio, passando per Mario Monicelli e l’internazionale Peter Greenaway. Una carriera, la sua, composta da decine di partecipazioni che hanno spaziato dal cinema d’autore più intellettuale alle serie televisive di largo consumo, senza che questo passaggio risultasse mai forzato o dissonante.
Lo si è visto così in "La Piovra" come in "Distretto di Polizia", in "Don Matteo" come nella più recente "Le indagini di Lolita Lobosco", fiction quest’ultima che gli ha permesso di tornare a calcare il suolo pugliese anche davanti alla telecamera. Parallelamente, non ha mai abbandonato la passione per le tavole del palcoscenico, quel teatro che aveva rappresentato il suo primo amore e al quale aveva fatto ritorno con rinnovato entusiasmo negli ultimi anni della sua attività, prima che la malattia lo costringesse a fermarsi.




