Addio a Claudio Spadaro, il “Pigreco” di Romanzo criminale che conquistò il cinema senza mai diventare divo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se n’è andato in punta di piedi, quasi a voler confermare quella discrezione che ne aveva caratterizzato l’intero percorso artistico. Claudio Spadaro, l’attore capace di attraversare cinque decenni di storia dello spettacolo italiano senza mai cedere alla tentazione della maschera, è morto a 72 anni nella sua Taranto.

Una città, quella ionica, dove era nato il 17 giugno del 1953 e dove era voluto tornare negli ultimi mesi di vita: il tumore che ne aveva progressivamente compromesso le condizioni di salute lo ha costretto a chiudere il cerchio lontano dai riflettori di Roma, la metropoli che lo aveva accolto da giovanissimo quando inseguiva il sogno della recitazione.

I funerali, celebrati nella Chiesa del Santissimo Crocifisso, hanno offerto l’ultimo saluto a un interprete che per il grande pubblico resterà per sempre legato a un personaggio iconico, quello dell’ambiguo agente dei servizi segreti Pigreco nella serie cult “Romanzo criminale”.

L’ombra lunga di un volto noto

L’immagine che molti conservano di lui è legata a quelle stagioni televisive comprese tra il 2008 e il 2010, quando la fiction italiana cambiò registro grazie anche alla sua interpretazione misurata e inquietante. Tuttavia, ridurre il valore di Spadaro a quella sola parentesi sarebbe quantomeno riduttivo.

La sua carriera, solida e variegata, affondava le radici nel cinema d’autore più esigente: dopo gli esordi in pellicole come “Corse a perdicuore” di Mario Garriba e “Sogni d’oro” di Nanni Moretti, l’attore ha collaborato con una schiera di registi che rappresentano il meglio della produzione italiana. Da Marco Bellocchio a Mario Monicelli, passando per Ricky Tognazzi e Marco Tullio Giordana, Spadaro ha dimostrato una versatilità rara, adattandosi con naturalezza ai toni della commedia come a quelli del dramma storico.

E proprio in quest’ultimo genere ha lasciato un’impronta indelebile, prestando il volto a Benito Mussolini non soltanto nel celebre “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli – dove recitò accanto a mostri sacri come Maggie Smith e Cher – ma anche in tre diverse produzioni Rai.

Un ritorno alle radici tra malattia e memoria

L’idea del ritorno, quella di fare i conti con le proprie origini, ha scandito gli ultimi atti della vita di Spadaro. Dopo aver sbarcato il lunario per anni sul set di fiction popolarissime quali “La Piovra”, “Distretto di Polizia” e “Don Matteo”, l’attore aveva scelto di lasciare il caos della capitale per rifugiarsi nel silenzio della Puglia. Era lo scorso marzo quando aveva preso questa decisione, consapevole della gravità del male che lo affliggeva.

Schivo per carattere e restio a celebrare se stesso, Claudio Spadaro apparteneva a quella schiera di lavoratori dello spettacolo che preferiscono la sostanza alla ribalta; non cercava la prima pagina, ma quando si trattava di mettere la propria notorietà al servizio di iniziative sociali – specialmente se legate alla sua Taranto – non si tirava mai indietro.

L’eredità di un artigiano del palcoscenico

Parallelamente all’attività cinematografica e televisiva, non aveva mai abbandonato del tutto il teatro, che rappresentava per lui una sorta di palestra emotiva e intellettuale. Negli ultimi anni vi era tornato con rinnovato entusiasmo, quasi a voler riscoprire la purezza della recitazione dal vivo lontano dal montaggio e dal ciak. A dare il peso della sua eredità artistica non sono solo i titoli di una filmografia impressionante, ma anche il rispetto silenzioso che lo circondava tra i colleghi.

L’attore tarantino, interprete raffinato e appartato, ha attraversato la storia del nostro cinema senza mai diventare un’icona urlata, e forse è proprio per questo che la sua assenza risuona oggi con una malinconia così profonda.

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