Addio a Mariano Rubinacci, il signore dello stile napoletano che conquistò il mondo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il tessuto leggero di una giacca, quel misto di lana e seta che quasi non si sente addosso, e la morbidezza di una spalla senza imbottiture, capace di accompagnare il movimento invece di costringerlo: è questa l’eredità, fatta di materia e di sapere, che Mariano Rubinacci lascia a Napoli e non solo. Si è spento ieri all’età di 83 anni, stroncato da un malore, l’uomo che più di ogni altro ha saputo raccontare, attraverso l’abito, che cosa significhi essere napoletani nel mondo. Con lui se ne va un pezzo di Novecento, un’epoca in cui la parola “stile” non era un’etichetta da appiccicare a un prodotto, ma una questione di proporzioni, di sguardo, di disciplina interiore -3-6.

La sua storia, del resto, comincia lontano, in quegli anni Trenta in cui il padre Gennaro, per tutti Bebè, ufficiale di cavalleria e mercante d’arte con una passione per le porcellane, aprì in via Chiaia la “London House”. Un nome che era già un programma, un omaggio alla capitale inglese allora considerata il tempio indiscusso dell’eleganza maschile, ma che nascondeva una rivoluzione silenziosa -1-3. Perché fu lì, tra quelle stanze, che prese forma la giacca napoletana destrutturata, l’elogio dell’imperfezione, come amava definirla Mariano: un capo che toglie invece di aggiungere, che libera il dalla rigidità delle armatu re inglesi di Savile Row -3-7. Fu il sarto Vincenzo Attolini, maestro di taglio nella bottega di Bebè, a cucire i primi modelli di quella che sarebbe diventata la divisa informale di intellettuali, attori e principi. E tra i clienti di allora, nei registri polverosi custoditi come reliquie, spuntano i nomi di Curzio Malaparte, di Vittorio De Sica, di Eduardo De Filippo e del principe Umberto di Savoia, che nel 1941 concesse al fondatore persino lo stemma di fornitore ufficiale della real casa -2-9.

Quando Gennaro morì improvvisamente nel 1961, Mariano era poco più che un ragazzo, un diciottenne che si ritrovò tra le mani un’eredità pesante in un’epoca già segnata dall’avanzata del prêt-à-porter e dal declino delle botteghe artigiane -3. Ma lui, a differenza di tanti, non si limitò a custodire la tradizione: la trasformò in un linguaggio universale. Decise di ribattezzare l’azienda con il cognome di famiglia, cancellando quella “London House” per affermare con orgoglio l’identità italiana, e cominciò a guardare oltre i confini della città -1-5. Fu una scommessa vinta, perché Mariano non era semplicemente un sarto – chiamarlo così sarebbe stato riduttivo – né un imprenditore in senso classico. Era un “consulente di eleganza”, una figura che media tra l’artigiano e il cliente, capace di intuire il carattere delle persone e di tradurlo in tessuto. “Il sarto è come uno psicologo”, raccontava, “riceve confidenze, deve intuire senza chiedere” -9.

Ed è proprio in questa capacità di ascolto che va cercata la ragione del suo successo internazionale. Negli anni Settanta l’incontro con un giovane Giorgio Armani, allora nell’azienda di Nino Cerruti, che arrivava in sartoria a bordo di una Porsche gialla per scegliere tessuti con una competenza assoluta, suggellò un’intesa fondata su una sensibilità comune: la ricerca di una sobrietà elegante e naturale -3. Poi vennero i grandi nomi della finanza e dello spettacolo, da Jacob Rothschild, che dichiarava una vera e propria dipendenza dalle sue giacche, a Bryan Ferry, affascinato da abiti così leggeri da sembrare di non averli addosso, fino a Calvin Klein, clienti affezionato e discreto della maison -2-3-7. Il passo verso l’estero fu quasi obbligato, e nel 2005, con l’apertura della boutique in Mount Street, nel cuore di Mayfair, Rubinacci portò a Londra, la città sognata dal padre, il meglio della sartoria partenopea, dimostrando che la vera eleganza non ha confini e che Napoli poteva insegnare al mondo la lezione della leggerezza -1-3.

Negli ultimi anni, accanto a lui c’erano i figli – Luca, Alessandra, Chiara e Marcella – chiamati a raccogliere un testimone che non è fatto solo di forbici e stoffa, ma di uno sguardo sul mondo -1-2. Luca, in particolare, ha ereditato dal padre il compito di traghettare il marchio verso le nuove generazioni, forte di un apprendistato di due anni a Savile Row e della capacità di parlare ai giovani attraverso i social, mentre Alessandra ha portato avanti con energia e creatività l’espansione del brand, dimostrando che la tradizione può convivere con l’innovazione -2-4. Mariano, del resto, non ha mai smesso di lavorare, di pensare al futuro, di progettare. Fino all’ultimo ha coltivato il sogno di un museo della sartoria napoletana, un luogo dove raccontare alle nuove generazioni una storia fatta di mani, di tempo e di talento, custodendo gelosamente quei libroni con gli scampoli di tessuto scelti dai clienti di un tempo e le giacche bianche degli anni Trenta esposte nei musei di New York e Londra -5-9.

L’eredità di una vita dedicata alla bellezza misurata

“Non deve essere ammartenata”, rispondeva a chi gli chiedeva la ricetta della giacca perfetta. Non esagerata, non squilibrata, non disarmonica. In quelle parole, in quel termine dialettale che rifiuta la volgarità dell’eccesso, c’è il sunto di una filosofia -6. Mariano Rubinacci non ha solo vestito generazioni di uomini illustri, ha raccontato un’idea di Napoli lontana dagli stereotipi, fatta di misura, cultura e umanità. Un’eleganza senza clamore, che oggi la città saluta con la gratitudine riservata ai grandi ambasciatori, quelli che portano il nome di un luogo nel mondo senza bisogno di gridarlo. I funerali si terranno domani, giovedì 19 febbraio, nella chiesa di San Giuseppe a Chiaia, nel cuore di quella Napoli che lui ha saputo trasformare in stile -2-8.

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