Lutto nel mondo della moda, è morto Mariano Rubinacci, l’uomo che ha portato la giacca napoletana da via Chiaia a Londra

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è spento all’età di 83 anni, nella giornata di mercoledì 18 febbraio, Mariano Rubinacci, stilista e imprenditore che per decenni ha rappresentato nel mondo l’eleganza sartoriale napoletana. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca, quella legata alla figura del maestro di stile che, partendo dal laboratorio ereditato dal padre, è riuscito a trasformare un’bottega artigiana in un marchio conosciuto e apprezzato dai clienti più esigenti, quelli che non cercano l’etichetta vistosa ma la perfezione della vestibilità e la qualità senza tempo dei tessuti. Rubinacci lascia la moglie Barbara e i quattro figli, Luca, Alessandra, Chiara e Marcella, ai quali, come da tradizione di famiglia, passa idealmente il testimone di una casa che da quasi un secolo cuce addosso agli uomini la loro personalità.

Da London House a Rubinacci, la storia di una dinastia familiare

Tutto cominciò nel 1932, quando Gennaro Rubinacci, per tutti "Bebè", mercante d’arte e uomo dal gusto raffinato, aprì in via Filangieri a Napoli una sartoria che chiamò "London House". La scelta del nome non era casuale: all’epoca Londra era la capitale indiscussa dell’eleganza maschile, e Bebè, che non ci era mai stato, volle omaggiare quella tradizione importandola però con un filtro tutto partenopeo. Fu lui a ideare quella che poi sarebbe diventata la celebre "giacca alla napoletana", caratterizzata dalla spalla morbida, dalla manica detta "a mappina" che segue il movimento naturale del braccio e dalla tasca a toppa, un capo che rivoluzionò il concetto di giacca formale rendendola leggera e quasi informale. Quando Gennaro morì improvvisamente nel 1961, il figlio Mariano era poco più che un ragazzo ma raccolse l’eredità con una determinazione ferrea, ribattezzando l’azienda con il cognome di famiglia – cosa che avvenne nel 1963 – e iniziando quel percorso di internazionalizzazione che lo avrebbe portato a conquistare prima Milano, poi Londra, dove nel 2005 aprì una boutique a Mount Street, e infine Tokyo e New York.

Il guardaroba dei grandi, da De Sica a Pavarotti passando per Rothschild

La lista dei clienti che hanno varcato la soglia dell’atelier napoletano è un vero e proprio Who’s Who del Novecento italiano e internazionale. Tra i primi, Curzio Malaparte e Vittorio De Sica, che amavano quello stile disinvolto ma al contempo curatissimo. Con gli anni arrivarono Eduardo De Filippo, il principe Umberto di Savoia e poi il grande tenore Luciano Pavarotti, del quale il figlio Luca ha ricordato un aneddoto divertente: il cantante, con quella stazza imponente che si portava dietro, scherzava dicendo che Rubinacci usasse un centimetro sbagliato per prendergli le misure, scaricando così sul sarto la responsabilità del suo girovita. Negli ultimi decenni, Mariano strinse una profonda amicizia con il banchiere Jacob Rothschild, che di lui disse di avere una vera e propria "dipendenza" e che scrisse la prefazione del libro dedicato alla storia della sartoria. Le sue creazioni, alcune delle quali esposte in mostre prestigiose come quella del Victoria and Albert Museum di Londra dedicata alla moda italiana, sono diventate oggetto di culto per collezionisti e intenditori.

L’eredità della leggerezza e la rivoluzione del light weight

Mariano Rubinacci non si limitò a custodire il patrimonio ricevuto dal padre, ma lo innovò profondamente, interpretando i cambiamenti del costume senza mai tradire la filosofia di base. Se Bebè aveva inventato la giacca destrutturata, togliendo cioè le imbottiture pesanti e le tele interne per renderla più aderente al e confortevole, Mariano portò questa idea alle estreme conseguenze con la rivoluzione del cosiddetto "light weight". Negli anni Settanta, collaborando con il sarto Vincenzo Panico, iniziò a utilizzare tessuti finissimi, come una gabardine di lana che all’epoca sembrava impensabile per un blazer, realizzando capi dal peso piuma che sembravano non avere consistenza. "La giacca napoletana – amava ripetere – è l’elogio dell’imperfezione", un modo per dire che la vera eleganza sta nella naturalezza, nella capacità di far sembrare semplice ciò che è invece frutto di un lavoro complesso e di una conoscenza profonda dei materiali e delle tecniche.

L’attività prosegue con i figli tra Napoli e le capitali della moda

Oggi l’azienda, che ha sede a Napoli in un elegante spazio all’interno di Palazzo Cellammare, continua il suo cammino proprio nel segno di quella continuità familiare che Mariano ha sempre considerato il vero valore aggiunto. Il figlio Luca, che prima di entrare in sartoria ha trascorso due anni a Savile Row imparando l’arte del taglio e della cucitura, ne è diventato il direttore creativo e il volto giovane, capace di parlare alle nuove generazioni con i suoi 400mila follower sui social, senza mai snaturare l’essenza del marchio. Fu lo stesso Mariano a indirizzarlo: al ritorno da Londra, gli disse che le forbici non le avrebbe più toccate, perché il loro mestiere non era cucire ma guidare i migliori sarti e interpretare i desideri dei clienti. Una lezione che Luca ha fatto propria, portando avanti quella visione che ha reso Rubinacci un punto di riferimento assoluto per chi cerca un abito che non sia solo un indumento ma una seconda pelle.

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