Camorra, il generale Luongo si congratula per la cattura di Mazzarella
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Redazione Interno
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La notte, si sa, è spesso il regno dei fantasmi e dei fuggiaschi; eppure, per Roberto Mazzarella, quella appena trascorsa ha segnato la fine di un’esistenza da latitante. Il boss, 48 anni, ritenuto al vertice dell’omonimo clan egemone su Napoli e provincia, è stato bloccato dai carabinieri all’interno di una villa a Vietri sul Mare, in provincia di Salerno, dove si era rifugiato insieme alla moglie e ai figli. L’operazione, condotta dal nucleo investigativo del comando provinciale di Napoli sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, ha messo fine a una fuga iniziata nel gennaio del 2025: proprio il 28 di quel mese, infatti, era scattata per lui l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, richiesta dal pool antimafia per omicidio aggravato dal metodo mafioso. Al momento dell’irruzione, l’uomo non ha opposto resistenza – circostanza che ha permesso di concludere l’arresto senza conseguenze per i presenti – e si trovava in compagnia della propria famiglia, all’interno di un resort di lusso riadattato a residenza privata sulla costiera amalfitana.
Un risalto formale per un’operazione complessa
Non è passato inosservato il gesto del comandante generale dell’Arma, il generale Salvatore Luongo, il quale ha voluto esprimere personalmente il proprio apprezzamento ai militari che hanno condotto l’operazione. Le sue congratulazioni, giunte a caldo nella stessa giornata del 4 aprile, rappresentano un riconoscimento non solo dell’efficacia del blitz, ma anche della meticolosa attività d’indagine che lo ha preceduto. Si trattava, va ricordato, di un soggetto inserito dal ministero dell’Interno nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità: una categoria ristretta che impone risorse investigative straordinarie e una cooperazione serrata tra le varie articolazioni dello Stato. Luongo, con il suo messaggio, ha voluto sottolineare – senza mai scadere nella retorica – il valore della pazienza investigativa, quella che trasforma un’informazione frammentaria in un’irruzione chirurgica. E i fatti gli danno ragione: Mazzarella non era semplicemente nascosto, ma si muoveva con una copertura familiare che rendeva più insidioso il suo riconoscimento.
Il peso giudiziario di una latitanza breve ma intensa
Roberto Mazzarella era sfuggito alla cattura per poco più di quattordici mesi, un lasso di tempo relativamente breve se paragonato ad altre latitanze eccellenti della camorra campana. Tuttavia, la sua posizione processuale si era già aggravata: l’accusa di omicidio, nella quale si contesta l’aggravante del metodo mafioso, porta con sé un intero impianto indiziario costruito dalla Dda partenopea su dichiarazioni di collaboratori di giustizia e intercettazioni ambientali. A differenza di altri boss che cambiano volto e nazione, lui aveva scelto una via quasi domestica alla fuga, condividendo il rifugio con la moglie e i due figli – circostanza, quest’ultima, che ha esposto i minori a un contesto di altissima tensione, anche se nessuna fonte ufficiale ha riferito di coinvolgimento diretto dei familiari nelle dinamiche criminali. L’arresto, eseguito senza spargimento di sangue, restituisce alle cronache giudiziarie un nome che per anni ha scandito le faide di un intero quartiere napoletano, ma gli inquirenti – come sempre accade in questi casi – non si sbilanciano su eventuali ramificazioni dell’operazione.
Un colpo che non è solo simbolico
La cattura di Mazzarella assume rilievo non tanto per la spettacolarità del blitz – una villa di lusso in costiera amalfitana, con vista mare e servizi da resort – quanto per il messaggio che l’operazione invia agli apparati criminali ancora operativi. Il clan Mazzarella, egemone su vaste aree del capoluogo campano e della sua provincia, perde così il suo vertice operativo, colui che la Direzione Distrettuale Antimafia indicava come “reggente” del sodalizio. E se è vero che le organizzazioni camorristiche mostrano una straordinaria capacità di rigenerarsi, è altrettanto vero che la cattura di un latitante di massima pericolosità – inserito nelle liste del Viminale – richiede un investimento di mezzi e uomini che solo una struttura come quella dell’Arma può garantire. Il generale Luongo lo sa bene, e per questo le sue congratulazioni non sono state una semplice formalità burocratica, quanto piuttosto un atto dovuto verso chi, nella notte, ha messo a rischio la propria incolumità per strappare un altro pezzo di camorra alla sua rete di protezioni.




