Il premio da 10mila euro (in orologi di lusso) che nessun azzurro ha visto

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La nazionale italiana, lo si sapeva già, ha fallito l’accesso al terzo mondiale consecutivo; e la sconfitta di Zenica contro la Bosnia, a ben vedere, non ha rappresentato soltanto l’ennesima eliminazione sportiva, ma anche la cancellazione immediata – se così si può dire – di un premio che la Federcalcio aveva già predisposto nei cassetti. Stando a quanto svelato da La Gazzetta dello Sport, la FIGC aveva infatti deciso di riconoscere a ogni giocatore una sorta di bonus della qualificazione, il cui valore si aggirava intorno ai diecimila euro a testa. Con una particolarità, però, che trasforma questa vicenda da semplice nota di cronaca economica a piccolo dettaglio di costume: quel denaro non sarebbe mai stato consegnato in contanti, bensì sotto forma di un orologio di lusso, un oggetto pensato per rendere indelebile un momento storico che, purtroppo per gli italiani, non si è mai concretizzato.

La domanda scomoda nello spogliatoio e la replica di Gattuso

A gettare ulteriore luce sul clima pre-partita è stato un retroscena riportato da Repubblica, secondo il quale un gruppo di calciatori – forse gli stessi che poi sarebbero scesi in campo senza la necessaria cattiveria – avrebbe chiesto, prima del fischio d’inizio, se fosse previsto un premio in caso di approdo alla fase finale del torneo. La cifra di cui si discuteva, in quell’occasione, non sarebbe stata affatto simbolica: si parlava di circa trecentomila euro complessivi, da suddividere naturalmente tra tutti i ventotto convocati. Una richiesta, questa, che avrebbe innescato la reazione di chi, come Rino Gattuso, ha sempre fatto della maglia azzurra una questione di principio prima ancora che di calcio giocato. Raccontano che l’ex centrocampista, ora lontano dall’Italia per ritrovare a Malaga un po’ di quella serenità perduta dopo il bruttissimo epilogo con la Nazionale, abbia ascoltato quelle parole e abbia poi offerto ai giocatori quella che molti hanno definito “l’ultima lezione” su che cosa significhi davvero l’attaccamento alla rappresentativa nazionale.

Le verità di Rino: rigoristi, arbitro e quel premio mai arrivato

Gattuso, in questi giorni, ha scelto il silenzio: «Avrebbe tante cose da dire – annota il Corriere della Sera – magari un giorno le dirà, ma per adesso è il momento del dolore, della delusione e, dunque, del silenzio». I suoi pensieri, però, trapelano ugualmente attraverso le ricostruzioni di chi gli è stato vicino; e riguardano tre nodi ancora caldi dopo la débâcle bosniaca. Il primo è la scelta dei rigoristi, una gestione che a molti è parsa confusa. Il secondo tocca gli errori arbitrali, mai citati come alibi ma comunque valutati con l’amarezza di chi ha visto piegare l’equilibrio di una partita già di per sé complicata. Il terzo, inevitabilmente, è il caso del premio: quell’orologio da diecimila euro – una cifra modesta se rapportata agli ingaggi dei protagonisti, ma pesante dal punto di vista simbolico – che nessuno potrà mai indossare al polso. Il riconoscimento, va detto, sarebbe scattato automaticamente in caso di vittoria sulla Bosnia; ma la vittoria non è arrivata, e così l’intera operazione è finita nel dimenticatoio.

Un retroscena che dice molto più di un fallimento sportivo

Non si tratta, evidentemente, solo di denaro o di oggetti di lusso. Ciò che rende questo retroscena degno di nota è il suo valore sintomatico: l’esistenza stessa di un premio preparato in anticipo – e la circostanza che alcuni giocatori ne abbiano chiesto l’entità prima ancora di giocarsi il tutto per tutto – racconta qualcosa sulla deriva culturale che circonda ormai da anni la Nazionale. La FIGC, dal canto suo, aveva previsto quel bonus non come una semplice gratifica, bensì come un “segno concreto del traguardo raggiunto”, quasi un talismano moderno da consegnare a chi avesse scritto una pagina memorabile. Peccato che quella pagina, alla fine, non sia stata scritta. E che gli orologi, ancora nelle loro custodie, aspettino chissà quale altra impresa. Magari una che non verrà mai.

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