La forza del perdono e la correzione fraterna: il Papa sul Vangelo di Matteo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La liturgia della ventitreesima domenica del Tempo Ordinario, che quest'anno cade il 6 settembre, propone alla riflessione dei fedeli un brano del Vangelo secondo Matteo, quello compreso tra i versetti 15 e 20 del capitolo 18, nel quale Gesù indica ai suoi discepoli la via maestra per gestire le colpe commesse da un fratello, un percorso che gradua l'intervento e che mira, al di là di ogni possibile sanzione, alla riconquista di chi ha sbagliato e alla ricostituzione del legame comunitario; e, come consuetudine, il Pontefice ha commentato le letture domenicali, offrendo ai fedeli e ai

Pellegrini convenuti in piazza San Pietro per la preghiera dell'Angelus una riflessione che, partendo dall'ascolto della Parola, si è fatta esortazione a vivere un'amore vicendevole che non è un'utopia irrealizzabile, ma una possibilità concreta e percorribile, come ha sottolineato lo stesso Papa Leone XIV.

Un percorso graduale per guadagnare il fratello

Il testo evangelico, che si apre con l'indicazione precisa di andare a correggere il fratello che ha commesso una colpa, ma in privato, tra sé e lui solo, delinea una pedagogia divina che rifugge da ogni forma di giudizio affrettato e da ogni condanna pubblica, che sono invece il frutto di una logica mondana fatta di pettegolezzi e di maldicenza; se il primo passo, quello dell'ammonizione riservata, riesce nel suo intento, si è guadagnato il fratello, e questo termine non è casuale, perché indica la riconquista di una relazione che si era incrinata e che ora ritrova la sua autentica

Dimensione; se invece il fratello non ascolta, si deve procedere con l'aiuto di una o due persone, perché ogni questione sia risolta sulla parola di due o tre testimoni, come prescrive l'antica legge, e solo dopo questo ulteriore tentativo, se ancora non si ottiene ascolto, si deve ricorrere alla comunità ecclesiale, il cui giudizio ha un valore vincolante per il cielo, come attestano le parole di Gesù su ciò che sarà legato o sciolto.

Il Vangelo come educazione alla libertà

Commentando queste letture, il Papa ha voluto soffermarsi su quelli che ha definito i criteri fondamentali di pensiero e di azione che la Parola di Dio consegna a chi la ascolta, e ha messo in guardia i fedeli dal pericolo di atteggiamenti che, seppure più facili e spontanei, come il lamento e la maldicenza, risultano alla fine sterili e non generano nulla di buono, anzi paralizzano la vita della comunità cristiana e la svuotano di quella carità che ne è l'anima; citando la Lettera ai Romani, il Pontefice ha ricordato come l'intera Legge si ricapitoli in un unico comandamento, quello

Dell'amore per il prossimo, che è la pienezza di ogni altra prescrizione e che, declinato nella correzione fraterna, diventa un atto di autentica misericordia, un servizio reso all'altro per aiutarlo a uscire dal peccato e a ritrovare la via del bene; e il Vangelo, proprio in questa dinamica, si rivela come un educatore alla libertà, perché insegna a superare l'istintiva condanna e ad aprirsi alla complessità delle relazioni umane, che hanno bisogno di tempo, di pazienza e di un amore che non si arrende alle prime difficoltà.

La preghiera e l'impegno quotidiano dei cristiani

I fedeli e i pellegrini convenuti in piazza San Pietro, nonostante il caldo di inizio settembre, hanno partecipato con attenzione alla catechesi del Papa, che prima di guidare la recita dell'Angelus ha voluto legare strettamente il messaggio evangelico alla preghiera del mattino, quella che chiede a Dio onnipotente di concedere che la venuta gloriosa del Salvatore lavi i peccati e porti consolazione e perdono al suo popolo; l'antifona d'ingresso, che richiama la giustizia divina e il retto giudizio, si sposa perfettamente con l'invito di Gesù a non giudicare secondo i criteri umani, ma a

Cercare sempre il bene dell'altro come ci si aspetterebbe che fosse cercato il proprio; e la figura del profeta Ezechiele, che la prima lettura propone come sentinella per la casa di Israele, ricorda che chi ha ricevuto il dono della Parola ha anche la responsabilità di trasmetterla con fedeltà, ammonendo il malvagio e indicandogli la strada della conversione, affinché la sua anima non perisca a causa del silenzio di chi avrebbe potuto parlare; in questo quadro, la correzione fraterna non è un atto di autorità o di potere, ma un gesto di amore e di servizio, che se compiuto nello spirito del

Vangelo diventa strumento di salvezza per chi la riceve e occasione di crescita per tutta la comunità.

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