Dati rubati a Napoli, il sistema di spionaggio che colpiva vip e imprenditori
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Redazione Interno
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Un colossale mercato nero dell’informazione riservata, alimentato da poliziotti infedeli e faccendieri senza scrupoli, si è sviluppato per anni all’ombra di un accordo tacito tra chi i dati li sottraeva – talvolta dai terminali della stessa questura – e chi, come agenzia investigativa privata, li rivendeva a clienti rimasti, per ora, nell’ombra. La maxi inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli, che si avvale della Sezione per la Criminalità Informatica diretta dal procuratore Nicola Gratteri e dai sostituti Vincenzo Piscitelli e Claudio Orazio Onorati, ha portato a dieci arresti in tutta Italia e a ottantacinque indagati, un numero destinato a crescere se gli inquirenti riusciranno a risalire agli utilizzatori finali: coloro cioè che hanno commissionato il dossieraggio su vittime eccellenti.
Tra gli spiaggiati figurano nomi noti dello spettacolo come Lory Del Santo e Alex Britti, ma anche ex calciatori, manager e imprenditori; la loro colpa, agli occhi di chi ordinava l’illecito, era quella di possedere informazioni sensibili – redditizie o compromettenti – custodite nei database di polizia, Inps, Agenzia delle Entrate e Poste italiane. Il meccanismo, descritto in un tariffario su file Excel, prevedeva pagamenti «in nero» per ogni pratica, con un costo che oscillava tra i 6 e i 25 euro: una miseria, se paragonata al valore dell’informazione sottratta e alla fiducia tradita. Tre poliziotti sono finiti nel mirino (uno in pensione, in carcere; due in servizio, agli arresti domiciliari), e a loro si aggiungono due direttori degli uffici postali della provincia di Belluno e una dipendente di Unicredit nel Veronese, a dimostrazione di una rete capace di attingere a più fonti pubbliche e private.
Il blitz a Ferrara e il ruolo delle società investigative veronesi
L’operazione, condotta dalla Squadra Mobile di Napoli con il supporto del Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica Postale e delle Comunicazioni per Campania, Basilicata e Molise, ha avuto ramificazioni anche a Ferrara, dove tre persone sono finite sotto indagine. Le misure eseguite – quattro custodie cautelari in carcere, sei arresti domiciliari e diciannove obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria – raccontano di un sistema gerarchico e ben oliato: c’era chi prelevava il dato, chi lo trattava, e chi lo confezionava in dossier pronti all’uso. Particolarmente rilevante la presenza di una rete di società d’investigazione con sede nella città scaligera, che fungevano da schermo per le operazioni illecite e da interfaccia con la clientela, quella vera – e ancora ignota – che chiedeva informazioni su vip, calciatori e imprenditori.
Spionaggio elettorale e l’ombra di Flavio Tosi (non indagato)
Nell’ordinanza di oltre milleottocento pagine, un passaggio curioso riguarda l’europarlamentare di Forza Italia Flavio Tosi, citato per una vicenda di spionaggio elettorale: lui non è indagato, ma la menzione suggerisce come il mercato dei dati sensibili potesse intersecarsi anche con dinamiche politiche locali, magari per screditare un avversario o per orientare una competizione. Nessuna accusa formale, per ora, nei suoi confronti; resta il fatto che l’indagine napoletana ha intercettato un appetito trasversale per informazioni riservate, capace di attrarre soggetti molto diversi tra loro – da anonimi curiosi a possibili candidati – tutti accomunati dal desiderio di sapere ciò che non dovrebbero conoscere.
Ottantasette capi d’imputazione e un sistema di corruzione silenzioso
Gli ottantasette diversi capi d’imputazione contestati a ottantacinque persone raccontano di intrusioni ripetute nei sistemi informatici della questura napoletana, dell’Inps e delle Poste; un’attività quasi industriale, se si considera che l’accesso abusivo avveniva con credenziali rubate a pubblici ufficiali compiacenti, i quali – in cambio di somme modeste – chiudevano un occhio o facilitavano il download di interi blocchi di dati. La mole del traffico illecito, gestito con una discrezione quasi meticolosa, non ha ancora restituito i nomi dei committenti finali, cioè quelli che hanno effettivamente usato quei dossier per finalità spesso poco limpide: ricatti, concorrenza sleale, ricerche di mercato ai limiti della legge. Il lavoro degli inquirenti, però, continua a esaminare i flussi finanziari – quei pagamenti «in nero» elencati nel tariffario Excel – per risalire la catena fino ai vertici della domanda. Resta l’amaro retrogusto di un sistema, quello della sorveglianza parallela, che ha trovato terreno fertile nella mancanza di controlli incrociati e nella complicità di chi avrebbe dovuto difendere i dati dei cittadini, invece di venderli al miglior offerente.




