Marco Poggi parla dopo 19 anni: “Si è giocato sulla vita e sulla morte di Chiara”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Diciannove anni di silenzio, interrotti davanti alle telecamere di “Quarto Grado”: Marco Poggi, fratello di Chiara Poggi – la giovane uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco – ha scelto venerdì 5 giugno per dire la sua verità, quella di un parente della vittima mai indagato ma costantemente esposto a una pressione mediatica senza precedenti.

L’attesa per le sue dichiarazioni, alimentata da anni di ipotesi e ricostruzioni talvolta fantasiose, si è trasformata in un evento televisivo che ha riacceso i riflettori su uno dei gialli più controversi della cronaca nera italiana, portando finalmente in primo piano la voce di chi quel dolore lo ha vissuto in prima persona.

Perché Marco Poggi rompe il silenzio

La motivazione alla base di questa scelta, come spiegato dallo stesso diretto interessato nel corso dell’intervista condotta da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero, affonda le radici in un anno particolarmente difficile, quello scandito dalle nuove indagini che vedono indagato l’amico d’infanzia Andrea Sempio.

“Si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara”, ha dichiarato Poggi, specificando come la soglia di sopportazione sia stata superata quando il dibattito pubblico ha iniziato a sporcare l’immagine della sorella, un’offesa – a suo dire – ben più grave delle illazioni sulla sua stessa persona.

“Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara è una cosa che chi indagava poteva benissimo smorzare”, ha aggiunto con riferimento agli inquirenti, senza mai cadere in facili vittimismi ma rivendicando il diritto a difendere il ricordo di una vittima che non può più parlare.

La smentita sul presunto cachet e la replica a Fabrizio Corona

L’eco mediatica dell’evento ha immediatamente generato polemiche parallele, riguardanti la natura stessa dell’intervista. In particolare, l’ex re dei paparazzi Fabrizio Corona ha lanciato un’accusa pesante, ipotizzando che il programma avesse corrisposto a Marco Poggi un compenso di 50 mila euro per ottenere l’esclusiva. Una ricostruzione che il conduttore Gianluigi Nuzzi ha definito priva di fondamento, rispondendo con il piglio concreto di chi conosce le regole del mestiere: “A Quarto Grado il massimo che possiamo pagare è una pizza, mi creda. forse un pernottamento o un volo aereo quando è necessario. Niente di più”. Non solo una semplice smentita, ma l’annuncio di una controffensiva legale: “L’ho querelato e tornerò a querelarlo”, ha affermato Nuzzi, dimostrando come l’ombra delle fake newscapaci di delegittimare il valore di una testimonianza umana – sia ancora molto lunga in questo caso.

I nodi investigativi e il ruolo delle impronte

Mentre la trasmissione otteneva ascolti record – superando il milione di spettatori – il fronte giudiziario non si è fermato, alimentato dalle dichiarazioni dei legali coinvolti. Al centro delle nuove tensioni processuali rimane la figura di Andrea Sempio, per il quale l’avvocato Liborio Cataliotti ha rivendicato la totale estraneità del proprio assistito, affidandosi a una prova regina: le impronte di scarpe rinvenute nel sangue della vittima.

“Quelle hanno condannato Stasi, quelle stesse salveranno Andrea Sempio”, ha sostenuto il difensore, alimentando un braccio di ferro tecnico con la Procura di Pavia che, al contrario, ritiene significativo il ritrovamento del cosiddetto “impronta 33” attribuibile all’indagato. Una contrapposizione di narrazioni che rende il quadro ancora fluido, lontano da facili conclusioni, proprio mentre la famiglia Poggi chiede una volta per tutte di poter voltare pagina.

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