L’efficacia del vaccino antinfluenzale, certificata dall’Iss, supera le attese nonostante la mutazione del ceppo H3N2
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Redazione Salute
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I dati diffusi dall’Istituto superiore di sanità, nell’ambito dell’aggiornamento del bollettino RespiVirNet sulle infezioni respiratorie acute, restituiscono un quadro chiaro sull’andamento della stagione influenzale 2025-2026 che volge ormai al termine. La protezione offerta dal vaccino, stando alla conclusione cui sono pervenuti nove studi preliminari condotti dai ricercatori dell’European Ive Group – un consorzio di cui fa parte anche l’Iss stesso e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Eurosurveillance – si è rivelata più alta di quanto inizialmente preventivato dagli esperti. Si tratta di una valutazione che, basandosi su un’analisi condotta in diciannove paesi, confermerebbe la bontà delle raccomandazioni emanate per le categorie di popolazione a cui la profilassi era stata espressamente consigliata; il vaccino, nonostante la predominanza di un ceppo influenzale particolarmente insidioso come l’A(H3N2) e della sua sottovariante denominata “K”, ha prevenuto, a seconda dei casi e delle fasce d’età, da un terzo fino a circa la metà degli effetti più gravi dell’infezione. La ricerca, che ha integrato i dati raccolti in sedici paesi europei – inclusa l’Italia dove la stagione era iniziata in anticipo rispetto alla media – ha evidenziato come questa variante, sebbene geneticamente piuttosto distante dal ceppo contenuto nel preparato vaccinale e per questo potenzialmente capace di eludere la risposta immunitaria, non abbia infine compromesso in maniera decisiva l’efficacia complessiva della campagna di immunizzazione, con picchi di protezione particolarmente significativi registrati tra i bambini.
L’allarme di Bassetti sulla tempistica dei vaccini e il peso della mutazione virale
Di parere diverso, o forse solo più cauto nel leggere i dati, si dimostra Matteo Bassetti, infettivologo e responsabile del dipartimento interaziendale malattie infettive, il quale, pur riconoscendo la portata dei numeri diffusi dall’Iss, ha voluto sottolineare un aspetto critico legato alla tempistica con cui i vaccini vengono tradizionalmente preparati. Il problema, a suo avviso, risiede nel fatto che quest’anno il ceppo H3N2 ha subito una mutazione significativa dopo che la composizione del vaccino stagionale era già stata decisa, e questo scollamento temporale tra la scelta del bersaglio e la mutazione del virus – un fenomeno che potrebbe ripetersi in futuro – avrebbe inevitabilmente ridotto l’efficacia potenziale del preparato, rendendolo meno performante di quanto avrebbe potuto essere. La proposta che lancia Bassetti, e che raccoglie il favore di molti colleghi, è quella di aggiornare i vaccini poco prima dell’inizio vero e proprio della stagione influenzale, in modo da avere a disposizione un prodotto che tenga conto dell’evoluzione più recente del virus e che possa offrire una copertura ottimale; una stagione, quella appena trascorsa, che lo stesso specialista non ha esitato a definire, in un post sul suo profilo X, come una delle peggiori degli ultimi trent’anni, con l’influenza che, in termini di contagi e ricoveri, ha di gran lunga superato il Covid, relegando quest’ultimo a una minaccia di fatto minore.
La controversia giudiziaria olandese e le dichiarazioni di Francis Boyle sul vaccino a mRNA
Sul fronte opposto delle vaccinazioni, ma spostando il focus dall’influenza stagionale al Covid-19, emerge una vicenda giudiziaria che ha trovato spazio nelle cronache internazionali e che coinvolge l’avvocato olandese Peter Stassen. Nel corso di un procedimento legale intentato contro quelli che lui stesso definisce gli “Architetti del Reset”, Stassen ha richiamato in tribunale le dichiarazioni di Francis Boyle, giurista statunitense e tra i massimi esperti mondiali di diritto sulle armi biologiche, il quale aveva accettato di testimoniare. La tesi, riportata e fatta propria dall’avvocato difensore, è che l’iniezione a mRNA del vaccino anti-Covid sarebbe niente meno che un’arma biologica concepita dal Pentagono; un’affermazione grave e pesante, quella di Boyle, che – forte dell’autorevolezza derivatagli dall’essere stato l’estensore della legislazione statunitense proprio in materia di armi biologiche – ha gettato un’ombra inquietante sulla natura dei preparati utilizzati durante la pandemia, portando in aula una teoria che, sebbene priva di riscontri ufficiali e fortemente contestata dalla comunità scientifica internazionale, merita attenzione per la sua origine e per il contesto giuridico in cui viene riproposta.
L’equilibrio tra i risultati scientifici e le controversie che accompagnano la ricerca
La compresenza di queste due notizie – da un lato i dati confortanti sull’efficacia del vaccino antinfluenzale certificati da un ente super partes come l’Iss, dall’altro le accuse pesanti e destrutturanti che emergono da un’aula di tribunale olandese – disegna un panorama informativo complesso e, per certi versi, polarizzato. Da una parte, la scienza ufficiale che lavora per adattare gli strumenti di prevenzione all’evoluzione continua dei virus, con studi pubblicati su riviste peer-reviewed e con ricercatori che, come Bassetti, chiedono solo di poter lavorare meglio e con tempistiche più aderenti alla realtà biologica; dall’altra, voci che si levano da ambienti legali e che, citando esperti del calibro di Boyle, mettono in discussione le fondamenta stesse dell’intero impianto vaccinale anti-Covid, riaccendendo un dibattito che sembrava sopito e che invece trova nuova linfa in aule giudiziarie straniere.




