Maggie Gyllenhaal presidente di giuria alla 83. Mostra del cinema di Venezia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’annuncio è arrivato nella giornata di ieri dal Consiglio di amministrazione della Biennale, che ha ratificato – come da prassi – la proposta del direttore artistico del Settore Cinema, Alberto Barbera. Sarà la regista, attrice, sceneggiatrice e produttrice statunitense Maggie Gyllenhaal a presiedere la Giuria internazionale del Concorso della 83esima Mostra internazionale d’arte cinematografica, in programma al Lido dal 2 al 12 settembre. Toccherà quindi a lei, e ai membri della giuria che verranno annunciati nelle prossime settimane, l’onere (e l’onore) di assegnare il Leone d’oro per il miglior film e gli altri sette premi ufficiali in palio nella kermesse veneziana.

Un legame che si consolida, dal 2021 alla poltrona più prestigiosa

La scelta, per certi versi attesa da chi segue da vicino le evoluzioni del Festival, corona un legame piuttosto solido tra l’artista newyorkese e la manifestazione lagunare. Non era certo una sconosciuta, Gyllenhaal, per i palchi dell’isola; quattro anni fa, nel 2021, ci aveva già lasciato il segno presentando il suo esordio dietro la macchina da presa. L’adattamento del romanzo “La figlia oscura” di Elena Ferrante, un’opera prima tesa e sofisticata, le valse il premio per la migliore sceneggiatura, sancendo di fatto la sua transizione da interprete versatile a regista dalle idee chiare. Una scintilla, quella, che la Biennale ha deciso oggi di trasformare in un ruolo di primo piano: non più concorrente, ma capo di una giuria composta da “non più di sette celebrità internazionali”, come viene specificato nel regolamento.

“Non sarò lì per giudicare, ma per lasciarmi guidare dalla curiosità”

Accettando l’incarico, Gyllenhaal ha rilasciato una dichiarazione che già circola negli ambienti del cinema d’autore. “Sono entusiasta”, ha detto, sottolineando come la Mostra abbia “sempre sostenuto voci autentiche e singolari”. C’è una frase, nella sua nota, che probabilmente farà discutere i critici più agguerriti: “Non sarò lì per giudicare – ha specificato –, ma per lasciarmi guidare dalla curiosità, dall’ammirazione e dalla passione”. Un approccio, questo, che sembra allontanarsi volutamente dall’idea di un verdetto severo e distaccato, per abbracciare invece una visione più empatica e partecipe del cinema. Una dichiarazione d’intenti, la sua, che non è passata inosservata agli occhi del direttore Barbera, il quale l’ha definita “una voce autorevole e indipendente, animata da quella passione autentica per il cinema d’autore che è da sempre il cuore della Mostra”.

Un percorso artistico coerente, tra personaggi scomodi e uno sguardo viscerale

La carriera trentennale di Gyllenhaal, in effetti, giustifica la fiducia del CdA. Se il grande pubblico la ricorda per ruoli intensi in pellicole come “Secretary” (2002) o “Crazy Heart” (che le valse una nomination all’Oscar nel 2010), è stata la sua evoluzione recente a far pendere l’ago della bilancia. Barbera, nell’annunciare la nomina, ha voluto rimarcare la “rara coerenza” del suo percorso: attrice capace di incarnare “personaggi scomodi e sfaccettati”, Gyllenhaal ha saputo reinventarsi con uno “sguardo sul cinema – insieme intellettuale e viscerale”. Ne è la prova l’ultima fatica firmata, il controverso “The Bride!” (uscito proprio nel 2026), che ha diviso la critica ma ha consolidato la sua reputazione di filmmaker originale. Un profilo, insomma, che non teme le zone d’ombra e che ora porterà al Lido.

L’attesa per il programma ufficiale e i membri della giuria

Con la nomina del presidente, si apre ora la fase più delicata dell’organizzazione. Se le date sono fissate (dal 2 al 12 settembre), si attendono ancora due annunci cruciali: la composizione della giuria internazionale che affiancherà Gyllenhaal e, naturalmente, la lista dei film in concorso. Programmi e selezioni verranno svelati solo verso la fine di luglio, come da tradizione. Quello che è certo, al momento, è il passaggio di testimone rispetto all’edizione precedente, che aveva visto il regista Alexander Payne presiedere la giuria assegnando il Leone d’oro a Jim Jarmusch. Il testimone passa oggi a una figura poliedrica, che ha già dichiarato di non voler usare il “giudizio” come metro, ma piuttosto l’ammirazione per le storie che incontrerà sul grande schermo.

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