La sposa! di Maggie Gyllenhaal, finalmente al cinema dopo un parto travagliato
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dopo un periodo di gestazione piuttosto complesso, fatto di cambi di produzione, rinvii strategici e un’attesa che aveva quasi raggiunto il limite della sopportazione per gli appassionati, La sposa! ha fatto il suo ingresso trionfale nelle sale italiane il 5 marzo 2026. Il film, scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal al suo secondo lavoro dietro la macchina da presa dopo La figlia oscura, rappresenta una rilettura talmente radicale e personalissima del mito della Sposa di Frankenstein – quello consegnato alla storia del cinema dal celebre film del 1935 di James Whale – da sembrare quasi un oggetto cinematografico non perfettamente identificabile, una creatura ibrida e sfuggente proprio come la protagonista che porta sullo schermo. La regista, come ha avuto modo di spiegare in diverse interviste raccolte durante la promozione, parte da una domanda apparentemente semplice ma di una complessità dirompente: cosa pensava, cosa provava, quella donna che nel film originale appariva per soli due minuti senza mai proferire parola? Da questo interrogativo prende forma un’operazione che è insieme camp, punk e ferocemente femminista, un’esplosione stilistica che non teme il caos e che vede nei due interpreti principali, Jessie Buckley e Christian Bale, il suo motore pulsante e assolutamente grandioso.
La sceneggiatura, firmata dalla stessa Gyllenhaal, costruisce una narrazione che si situa in un’inquieta Chicago degli anni Trenta, dove un Frank stanco di errare solitario – questo il nome che Christian Bale dà alla sua creatura, riportando in vita il mostro con una malinconia fisica e tangibile – si rivolge alla dottoressa Euphronious, interpretata da un’Annette Bening in bilico tra genio e follia controllata, per chiederle di creargli una compagna. Il responso della scienziata, inizialmente restia a causa di un passato segnato dalla tragedia, si trasforma in un assenso dopo una battuta che suona quasi come una provocazione da parte di Frank (“Pensavo fossi una scienziata pazza”). Si dà così il via a un esperimento che riporta in vita il di una giovane donna assassinata, Ida, il cui spirito viene però conteso e abitato da quello di Mary Shelley in persona, creando un cortocircuito identitario che permette a Jessie Buckley di sfoggiare un’abilità attoriale fuori dal comune, passando da un accento all’altro e da una personalità all’altra con una disinvoltura che lascia senza fiato. Questa Sposa, marchiata da una vistosa macchia d’inchiostro sulla guancia che diventerà il suo simbolo, non è affatto disposta ad accettare passivamente il ruolo di moglie predestinata che le è stato cucito addosso mentre era priva di sensi, e la sua ribellione – scandita da un secco “Preferirei di no” che riecheggia il Bartleby di Melville – innescherà una reazione a catena, trasformando la coppia in fuga in una sorta di Bonnie e Clyde dell’orrore, idoli popolari di un movimento culturale spontaneo e radicale.
Ciò che colpisce, e in qualche misura spiazza, è la quantità smisurata di idee, suggestioni e citazioni che Gyllenhaal riversa in queste oltre due ore di pellicola, quasi temesse di non avere altre occasioni per esprimersi e decidesse quindi di condensare in un’unica opera quattro o cinque film diversi. La messinscena è volutamente eccessiva, massimalista: si passa dai numeri musicali che rievocano le coreografie patinate della MGM – con tanto di comparsata del fratello della regista, Jake Gyllenhaal, in cilindro e frac – a inseguimenti notturni con sparatorie e mitra Thompson, il tutto avvolto da una fotografia curata da Lawrence Sher che crea un ponte visivo con l’universo di Joker, di cui questo film sembra in alcuni momenti voler essere una controparte femminile e anarchica. La colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, anch’essa oscarizzata per il film su Arthur Fleck, mescola l’urgenza dei Sonic Youth con la maestosità di un’orchestra sinfonica, mentre non mancano inserti kitsch come Monster Mash, quasi a voler strizzare l’occhio a una certa tradizione del grottesco senza mai prenderla troppo sul serio.




