La Sposa!, dalla Mostra del Cinema alla sala tra reinvenzione punk e prime recensioni contrastanti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Da domani, 5 marzo, sarà nelle sale italiane La Sposa!, il nuovo film scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal che, dopo l’acclamato esordio con La figlia oscura, torna dietro la macchina da presa per una rilettura radicale e volutamente eccessiva del mito di Frankenstein. La regista, nota al pubblico anche come attrice, non ha semplicemente adattato il romanzo di Mary Shelley né si è limitata a un rifacimento del classico del 1935 La moglie di Frankenstein di James Whale, da cui pure il progetto trae origine; ha invece operato una sintesi personale e audace, spostando il baricentro dell’intera narrazione su una figura rimasta per decenni in ombra, silenziosa e priva di un proprio punto di vista. La scelta stessa della punteggiatura nel Titolo, quel punto esclamativo che segue la parola Sposa, segnala immediatamente uno scarto di tono, una volontà di sottrarsi alla reverenza del classico per abbracciare una dimensione più urlata, viscerale e contemporanea.

L’operazione condotta da Gyllenhaal parte da una constatazione semplice ma efficace: nel film del 1935, la creatura femminile assemblata per placare la solitudine del mostro appare solo per pochi minuti, folgorante nella sua iconografia, ma priva di parola e di spessore. Da qui l’idea di restituirle una storia, un’identità e una voce, incarnata da una Jessie Buckley che la regista stessa descrive come l’unica interprete possibile per un ruolo tanto complesso. La vicenda si sposta nella Chicago degli anni Trenta, ricostruita però con una libertà che attinge all’estetica notturna e ruvida della New York dei primi anni Ottanta, e vede Christian Bale nei panni di Frank, la creatura di Frankenstein, che dopo un secolo di isolamento chiede alla scienziata Euphronious, interpretata da Annette Bening, di dargli una compagna. La donna che torna in vita è Ida, interpretata sempre da Jessie Buckley, e il suo risveglio non corrisponde affatto alle aspettative del suo creatore: la Sposa non è una tabula rasa né un riflesso dei desideri altrui, ma un essere che cerca faticosamente la propria strada, tra frammenti di memoria e una società pronta a giudicarla come un abominio.

Le prime reazioni della critica internazionale, raccolte in occasione dell’uscita, dipingono tuttavia un quadro quanto mai frastagliato e polarizzato, con punte di entusiasmo e stroncature senza appello che rendono La Sposa! un caso cinematografico discusso ancor prima di essere visto dal grande pubblico. Se testate come The Guardian e la BBC hanno premiato il film con valutazioni alte, parlando di “spettacolo esaltante” e di “esperienza bizzarra e godibile” grazie alla performance vulcanica della Buckley, dall’altra parte dello spettro critico si sono levate voci decisamente più aspre. Il New York Post, in una recensione senza mezzi termini, ha definito la pellicola “uno dei film peggiori che abbia mai avuto il dispiacere di vedere”, puntando il dito contro una regia giudicata inefficace e un’interpretazione della Buckley descritta come sopra le righe e mancante di una guida. Anche il The Times e l’Express hanno parlato di “disastro” e di “fiasco colossale”, rimproverando a Gyllenhaal di aver smarrito quella sensibilità mostrata nell’opera prima per perdersi in un’autoindulgenza citazionista che finisce per soffocare la storia.

Un’operazione ambiziosa tra citazioni, generi e una violenza che ha dovuto fare i conti con lo studio

Il film, nella sua costruzione, si presenta come un vero e proprio patchwork di generi e riferimenti, un’opera che mescola il gotico con il noir, il road movie stile Gangster Story con il musical, e che non disdegna incursioni in un registro apertamente punk, sia nell’atteggiamento che nella cifra stilistica. Gyllenhaal stessa ha raccontato come Christian Bale, durante la preparazione, le inviasse immagini di Sid Vicious non per un richiamo musicale diretto, ma per catturarne l’energia anarchica e la fisicità deforme, perfettamente in linea con la sua idea di Frank. Questa commistione, che per alcuni critici rappresenta la forza vitale dell’operazione, per altri, come chi scrive su Today, si traduce in un’ambizione fin troppo dispersiva: la rivendicazione femminista e identitaria che il film intende portare avanti finirebbe per “sparare a salve”, incapace di trovare una sintesi efficace tra le giuste premesse sociali e una messa in scena che appare a tratti pedante e derivativa, attingendo a piene mani dall’immaginario visivo di Joker – non a caso il direttore della fotografia e la compositrice sono gli stessi – senza riuscire a fare davvero proprio quel linguaggio.

Oltre alle scelte artistiche, un elemento concreto emerso nelle interviste alla regista riguarda le difficoltà incontrate durante la post-produzione con lo studio, la Warner Bros. Le proiezioni di prova, quelle organizzate nei centri commerciali per saggiare la risposta del pubblico, hanno portato a chiedere a Gyllenhaal di attenuare alcune sequenze. La presenza di scene di violenza sessuale, giudicate “insostenibili” e “un po’ troppo” dai dirigenti, ha imposto dei tagli rispetto alla versione originaria del copione. La regista, pur acconsentendo, ha voluto mettere in guardia gli spettatori: quanto rimasto nella versione finale è comunque “duro da guardare”, e la scelta di ridurre l’impatto visivo di alcune sequenze non attenua la tensione complessiva che attraversa l’intera pellicola. Una decisione, quella dello studio, che ha aperto un interrogativo sulla possibilità che una regista donna venga trattata diversamente da un collega uomo di fronte alla rappresentazione della violenza, un tema su cui la stessa Gyllenhaal ha dichiarato di essersi interrogata.

Ad affiancare Jessie Buckley e Christian Bale nel ricco cast, un parterre di attori di primo piano che include Penélope Cruz nel ruolo di Myrna, una segretaria determinante nelle indagini, Peter Sarsgaard – marito della regista – nei panni del detective Wiles, e Jake Gyllenhaal, fratello di Maggie, in quello di un attore cinematografico, Ronnie Reed, la cui immagine proiettata sullo schermo diventa oggetto di desiderio e di identificazione per Frank. Completano il quadro Annette Bening, il cui personaggio della scienziata Euphronious incarna l’ambiguità di una ricerca al confine tra genio e responsabilità morale. La Sposa!, con le sue due ore e sette minuti di durata, arriva dunque in sala carico di aspettative e di contraddizioni, promettendo un’esperienza che difficilmente lascerà indifferenti e che, al di là dei giudizi tranchant, testimonia la volontà del cinema americano di continuare a interrogare i propri miti fondativi, anche a costo di sbagliare, pur di rinnovarli dall’interno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.