Bologna, il canale scoperto di via Riva Reno: l'architetto Trebbi e il coraggio mancato
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Redazione Interno
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L'acqua torna a scorrere in superficie, dopo decenni di oblio sotto l'asfalto, in quel tratto di via Riva Reno che oggi divide le opinioni in modo netto. Il canale di Reno, riportato alla luce nel contesto dei più ampi lavori per la nuova linea tranviaria, rappresenta senza dubbio una delle trasformazioni urbane più discusse degli ultimi tempi, un intervento che molti hanno definito, forse con eccessiva fretta, la versione bolognese dei Navigli milanesi. Andrea Trebbi, architetto che da tempo segue con attenzione le vicende del tessuto cittadino, pur dichiarandosi favorevole in linea di principio all'apertura dei corsi d'acqua, non nasconde una certa perplessità. "Il tratto scoperto è breve", osserva, quasi a voler sottolineare come l'operazione abbia il sapore di un assaggio, di un'azione compiuta con una misura di cautela che ne limita la potenziale portata. Secondo la sua analisi, che si concentra esclusivamente sugli aspetti progettuali, sarebbe stata necessaria una visione più ampia e un approccio decisamente più coraggioso, lontano da quel "freno a mano tirato" che, a suo dire, caratterizza il risultato finale.
Le critiche del Comitato per Bologna storica
A fare eco a questo giudizio, sebbene da un'angolatura diversa, è arrivato anche il Comitato per Bologna storica e artistica, un organismo che riunisce competenze multidisciplinari e vanta tra i suoi consiglieri la soprintendente Francesca Tomba. Il loro parere, espresso senza mezzi termini, definisce il progetto "anonimo e frettoloso", evidenziando come l'opera appena inaugurata sia già diventata terreno di scontro non solo politico. Le loro osservazioni si uniscono a quelle di Trebbi nel segnalare una distanza, per alcuni versi inevitabile, tra le rappresentazioni virtuali che hanno anticipato l'opera e la concretezza del manufatto realizzato; si pensi, ad esempio, a quel percorso pedonale a filo d'acqua, presente nei rendering ma non materializzatosi, che avrebbe potuto offrire un rapporto più diretto e suggestivo con l'elemento liquido.
Un'occasione mancata nella riqualificazione
Al di là delle polemiche, che spesso accompagnano qualsiasi modifica significativa al volto di una città, l'analisi tecnica preferisce concentrarsi sui dettagli esecutivi, quelli che determinano la qualità percepita dello spazio pubblico. La critica non investe la scelta politica in sé, giudicata anzi ambiziosa e lungimirante nel suo duplice obiettivo di potenziare la mobilità sostenibile e valorizzare una traccia storica della città d'acqua, bensì la sua traduzione materiale. Viene segnalato, tra gli altri elementi, l'accostamento cromatico tra le pietre grigie della sede tranviaria e i tradizionali sampietrini delle aree adiacenti, un binomio descritto come "infelice" e già palesatosi in altre parti della città, come lungo via Indipendenza. Sono questi aspetti, apparentemente minori, che contribuiscono a delineare il carattere di un'opera e a far parlare, in questo caso, di un'occasione non colta appieno nel disegnare una riqualificazione armoniosa e di alto profilo.
Il simbolo di una città in trasformazione
Questa operazione si inserisce in un momento di profondo cambiamento per Bologna, una città che consolida la sua posizione tra le prime in Italia per qualità della vita e che sta investendo sul futuro attraverso grandi progetti infrastrutturali. Il tram, finanziato anche grazie alle risorse del Pnrr, ne è il motore più evidente, destinato a rivoluzionare gli spostamenti urbani a partire dalla prossima estate. Il canale scoperto, quindi, non è un episodio isolato ma un tassello, controverso e dibattuto, di un mosaico più ampio che punta a ridefinire l'assetto e l'identità della città. Rappresenta il tentativo, oggetto di giudizi contrastanti per la sua esecuzione, di coniugare innovazione e memoria, di restituire alla collettività un frammento della propria storia idraulica mentre si prepara ad accogliere una nuova era della mobilità.




