La difesa del Napoli in Champions, un allarme che risuona dal passato

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La sconfitta di Lisbona, un episodio che ha significativamente complicato il percorso verso i playoff, ha portato alla luce una vulnerabilità strutturale del Napoli nella competizione europea, che si manifesta attraverso un dato inquietante e oggettivo: dieci reti subite in sole sei partite. Questo bilancio, ben oltre la semplice contingenza sfavorevole, rievoca un precedente storico negativo, quello della stagione 2017-18, quando la solidità retrostante si dimostrò ancor più precaria. Se allora la squadra riuscì comunque a superare la fase a gironi, oggi il contesto è mutato, con il nuovo formato della League Phase che amplifica le conseguenze di ogni passaggio falso. L'analisi, che non può prescindere da questi numeri, indica una discontinuità di rendimento difficile da spiegare, considerando che lo stesso gruppo, in campionato, si presenta spesso inattaccabile e dominante.

Il paradosso del doppio volto

Esiste, infatti, un paradosso evidente nel cammino del Napoli di quest'anno, diviso tra l'efficacia mostrata in Serie A e le ripetute difficoltà incontrate nella massima competizione continentale. Mentre in campionato il gioco appare solido, aggressivo e carico di convinzione, in Champions League lo stesso scheletro tattico sembra perdersi, lasciando spazio a incertezze e a quel ritmo di gioco che, se in Italia stronca gli avversari, in Europa risulta talvolta insufficiente. Alcuni osservatori avanzano l'ipotesi, per quanto discutibile, di una sorta di subconscio collettivo che porterebbe la squadra a riservare le energie migliori per la corsa scudetto, quasi che il palcoscenico europeo sia percepito, nei fatti, come un obiettivo di contorno. Una tesi che si scontra, però, con la qualità tecnica indubbia della rosa e con le dimostrazioni di carattere fornite in passato, anche in contesti ostili.

La partita contro il Benfica e le assenze forzate

Il match contro il Benfica, diretto dall’esperto tecnico portoghese, ha rappresentato l'emblema di queste contraddizioni, mettendo in luce come le numerose assenze, concentrate in particolare nel reparto di centrocampo, abbiano costretto a ripiegamenti tattici non previsti. L'allenatore, noto per la sua intransigenza e la meticolosa preparazione, ha dovuto arrangiarsi senza troppi alibi, ma il risultato ha confermato una tendenza preoccupante. La squadra, pur provata, non è riuscita a trovare quella compattezza che in altre occasioni le ha permesso di reagire alle avversità, lasciando che l'iniziativa dell'avversario, abile nel cogliere ogni spazio, diventasse decisiva. Un episodio che, al di là del singolo risultato, si inserisce in un solco già tracciato in questa fase di Champions.

La kryptonite di Conte e il confronto con la Serie A

Si è parlato, in tal senso, di una possibile "kryptonite" per il tecnico, un termine che vuole sintetizzare l'apparente contrapposizione tra la sua abituale capacità di forgiare squadre competitive e i risultati finora raccolti in Europa con il Napoli. L'involuzione prestazionale rispetto al rendimento in Serie A appare netta, se si pensa alla striscia positiva intercorsa dopo la sosta di novembre, durante la quale la squadra ha sconfitto avversari di peso come la Roma e la Juventus, riconquistando vertici in classifica che sembravano compromessi. Quella stessa grinta, unita a una difesa ordinata, è sembrata dissolversi nel confronto con il Benfica, nonostante il precedente successo contro il Qarabag avesse fatto ben sperare per una stabilizzazione in Champions. Ora, con la trasferta a Copenaghen e il successivo impegno interno contro il Chelsea, la necessità di punti è impellente, perché la classifica attuale, che colloca il Napoli al ventiquattresimo posto con sette punti, richiede uno scatto per agganciare l'ultima posizione utile ai playoff, considerando che la stagione scorsa la soglia di sicurezza fu fissata a undici punti.

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