Al Palazzo Chigi risuona il "Sì" degli alpini, mentre la Difesa lo bandisce dalle cerimonie ufficiali
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Redazione Interno
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L’inno nazionale, nella cornice istituzionale di Palazzo Chigi, ha riacceso un dibattito che affonda le sue radici nella storia stessa del Canto degli Italiani. Durante la cerimonia di auguri ai dipendenti della Presidenza del Consiglio, l’Associazione nazionale alpini di Roma, dopo aver intonato le note di Mameli, ha concluso la sua esibizione con quel “Sì” finale divenuto, nel tempo, parte integrante e popolare della sua esecuzione. Una scelta spontanea, quella degli alpini, che si è scontrata, quasi nello stesso momento, con la circolare interna dello Stato maggiore della Difesa, la quale – anticipata da alcuni organi di stampa – vieta espressamente la pronuncia di quell’interiezione in tutte le cerimonie militari di rilevanza istituzionale a partire dallo scorso 2 dicembre. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, presente all’evento, non ha rinunciato a unirsi al coro nell’ultimo atto, sottolineando, suo malgrado, la frattura tra una consuetudine radicata nel sentire comune e una nuova disposizione normativa.
Le origini di una tradizione e il peso della norma
Quel “Sì”, che oggi divide, nacque dalla penna del maestro Michele Novaro come un rafforzativo di chiusura, un sigillo di enfasi posto al termine di un testo già carico di pathos risorgimentale. La sua adozione, sebbene mai ufficializzata in precedenti testi normativi, si è consolidata attraverso decenni di esecuzioni pubbliche e private, diventando per molti un momento irrinunciabile di partecipazione emotiva. La recente disposizione, tuttavia, si inserisce in un percorso di regolamentazione formale avviato con un decreto del Presidente della Repubblica dello scorso marzo, su proposta dell’esecutivo, il quale ha stabilito le modalità di esecuzione dell’inno, omettendo proprio quell’ultimo grido. La comunicazione della Difesa, diramata a inizio dicembre, non fa che rendere operativo quanto già stabilito dal Quirinale, circoscrivendo l’applicazione del divieto alle sole cerimonie militari istituzionali quando l’inno sia eseguito nella sua versione cantata.
Il malumore e il solco tra prassi e prescrizione
La circolare, com’era prevedibile, ha generato un certo disappunto in una parte delle forze armate, abituate a considerare quel finale non come un’arbitraria aggiunta, ma come un elemento distintivo e carico di significato identitario. Tale malcontento, del resto, riflette una tensione più ampia tra una visione dell’inno come monumento intoccabile, cristallizzato nella sua forma scritta, e la sua percezione come espressione viva, capace di assorbire nella pratica esecutiva elementi di adesione popolare. La vicenda, per certi versi, ricorda altre controversie legate a simboli nazionali, dove modifiche apparentemente minime sollevano questioni di sostanza sull’appartenenza e sulla memoria collettiva, sebbene qui si tratti di un mero adempimento a una norma già varata.
Una esecuzione che continua a interrogare
L’episodio di Palazzo Chigi, pertanto, illumina con chiarezza il contrasto tra due diverse dimensioni: da un lato, la rigidità di un protocollo che mira a uniformare e disciplinare ogni aspetto delle cerimonie ufficiali; dall’altro, la forza di una tradizione consolidata che resiste, persino in contesti formalmente istituzionali, attraverso la spontaneità dei cori. La disposizione della Difesa, limitata a un ambito specifico, non impedisce certamente che in altri contesti, civili o informali, quel “Sì” continui a essere intonato, come dimostrato dagli alpini romani. Ciò che emerge, al di là delle polemiche immediate, è la complessità di governare musicalmente i simboli di una nazione, dove la partitura ufficiale e la sua interpretazione reale possono divergere, raccontando storie diverse dello stesso patto civile.




