Cambia l'inno di Mameli, rimosso il "sì" finale per decreto
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Redazione Interno
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Un intervento normativo ha modificato, in modo definitivo e ufficiale, l'esecuzione del Canto degli italiani. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su esplicita proposta del governo guidato dalla premier Giorgia Meloni, ha infatti firmato un decreto che disciplina le modalità di esecuzione dell'inno nazionale. Tale provvedimento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2025, ha trovato una prima e concreta applicazione attraverso un "foglio d'ordini" emanato dallo Stato Maggiore della Difesa in data 2 dicembre dello stesso anno. La disposizione, perentoria, riguarda specificamente l'ultima strofa del componimento di Goffredo Mameli e Michele Novaro, quella che si conclude con il verso «Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò». D'ora in avanti, in tutte le esecuzioni di carattere istituzionale, a quel verso non dovrà più seguire l'esclamazione "Sì!", che per decenni ne aveva segnato la chiusura, spesso cantata o gridata con particolare enfasi durante le manifestazioni sportive e le cerimonie pubbliche.
Le ragioni di una modifica storica
La decisione, che ha suscitato un vivace dibattito nel paese, non nasce da un'improvisa revisione del testo ma, come spiegato dalle autorità, da una volontà di ripristinare la versione originale della partitura. La proposta, del resto, era stata avanzata dalle stesse bande musicali delle Forze Armate, le quali, dovendo osservare un rigido protocollo nell'esecuzione degli inni ufficiali, hanno sollevato la questione dell'effettiva correttezza di quell'aggiunta. Il "Sì" finale, per quanto radicato nella consuetudine popolare, non apparteneva infatti al testo musicato da Novaro nel 1847. La sua origine è incerta e collocabile temporalmente in un'epoca successiva, probabilmente frutto di un'interpretazione spontanea che, col passare del tempo, si è consolidata fino a diventare per molti un elemento irrinunciabile della performance.
Il dettato dello Stato Maggiore della Difesa
A rendere operativo il decreto presidenziale ha provveduto, come di consueto in materia, lo Stato Maggiore della Difesa, che ha diramato a tutti i corpi militari l'ordine di applicare la nuova direttiva. Il documento, che invita a dare "la massima diffusione" alla disposizione, è categorico: «In occasione di eventi e cerimonie militari di rilevanza istituzionale, ogniqualvolta venga eseguito "Il Canto degli italiani" nella versione cantata non dovrà essere pronunciato il 'sì!' finale». La modifica, dunque, riguarda esclusivamente il contesto formale e ufficiale, lasciando impregiudicata la libertà dei cittadini di eseguire l'inno nella versione a cui sono affezionati in ambiti non istituzionali. Tuttavia, è inevitabile che le esecuzioni pubbliche più visibili, come quelle in occasione di partite della nazionale o durante celebrazioni ufficiali alla presenza delle più alte cariche dello Stato, rifletteranno d'ora in poi la versione "pulita".
Un cambiamento che tocca la percezione collettiva
La rimozione di quel monosillabo, sebbene apparentemente minima, interagisce con la sfera emotiva e simbolica del paese, modificando un rito collettivo sedimentato nella memoria di generazioni. Quell'esclamazione, carica di un significato di adesione immediata e di slancio patriottico, aveva finito per rappresentare un momento di catarsi corale, specie in contesti di grande partecipazione popolare. La sua assenza, che restituisce un finale più sobrio e brusco, costringerà a una diversa ricezione dell'inno stesso, spostando l'accento sulla potenza dell'ultimo verso scritto piuttosto che su un'appendice di origine spontanea. La vicenda, al di là delle opinioni personali, dimostra come la codifica dei simboli nazionali sia un processo dinamico, soggetto a revisioni che cercano di conciliare la tradizione storica con una corretta aderenza ai testi originari.




