Missili Tomahawk, la sfida di Kiev e i 1900 obiettivi russi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da oltre quarant'anni, il nome Tomahawk incarna l'essenza della potenza militare statunitense, un'arma che, se concessa a Kiev, potrebbe alterare gli equilibri del conflitto. Il BGM-109 Tomahawk Land Attack Missile, prodotto dalla RTX Corporation, rappresenta infatti uno strumento di offesa a lungo raggio e di straordinaria precisione: un ordigno subsonico capace di percorrere più di 2.500 chilometri, trasportando una testata convenzionale di 450 chilogrammi, e di essere lanciato da piattaforme navali, sottomarini o complessi sistemi terrestri. Il suo costo unitario, che si aggira intorno a 1,3 milioni di dollari, ne riflette la sofisticata tecnologia, la quale, in uno scenario ipotetico, aprirebbe a Kiev la possibilità teorica di colpire quasi duemila obiettivi militari russi, molti dei quali considerati finora al sicuro nelle retrovie.

La reazione di Mosca e il costo della difesa

Di fronte a questa eventualità, le reazioni da Mosca non si sono fatte attendere, con avvertimenti molto duri rivolti direttamente agli Stati Uniti, ritenuti "responsabili" di un eventuale inasprimento delle ostilità. Mentre si registrano, del resto, nuovi episodi di violenza nei territori di confine, con raid che hanno causato vittime a Belgorod, la discussione strategica si sposta anche sul piano della sostenibilità economica della difesa. La presidente della Commissione europea ha recentemente sottolineato la paradossale sproporzione che costringe a schierare "sistemi molto costosi, come jet di ultima generazione, per abbattere armi relativamente economiche e prodotte in serie", definendo la situazione insostenibile e indicando nel cosiddetto "Muro dei Droni" una risposta necessaria alla realtà della guerra moderna.

Un precedente storico nelle relazioni transatlantiche

La questione del dispiegamento di armamenti americani, che oggi si dibatte in un contesto completamente diverso, evoca nondimeno memorie storiche di attriti tra Roma e Washington. Quarant'anni fa, in un ottobre che segnò la politica italiana, il governo tenne testa alla superpotenza americana in un episodio – quello di Sigonella – che fu interpretato da molti come un raro, se non unico, sussulto di dignità e sovranità nazionale. Un fatto, quello di allora, che non si risolse con le proteste di piazza ma con l'azione concreta delle forze armate e la fermezza diplomatica, riaffermando, seppur per un breve momento, l'indipendenza del paese all'interno dell'alleanza occidentale.

Il contesto politico internazionale

La decisione di inviare o meno tali sistemi d'arma all'Ucraina si colloca in un panorama internazionale complesso, dove la leadership di alcuni attori chiave è oggetto di forti tensioni interne. Oltremanica, per esempio, si consuma una crisi di governo che vede il primo ministro dimissionario impegnato in trattative difficili, mentre il presidente Macron, secondo i sondaggi, è visto da una larga maggioranza di francesi come una figura sulla quale è ormai giunto il momento di voltare pagina. Sono molti, infatti, coloro che ne auspicano le dimissioni, in un clima di generale sfiducia che attraversa l'Europa e che inevitabilmente influisce sulle sue scelte di politica estera e di difesa comune.

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