Meta condannata a pagare 375 milioni di dollari per aver messo a rischio i minori: la giuria del New Mexico sancisce l’inganno sulla sicurezza
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Redazione Economia
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La maxi multa arriva a valle di un processo durato quasi sette settimane, nel quale la giuria di Santa Fe ha stabilito che Meta Platforms – la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp – ha violato la legge statale sulla protezione dei consumatori, ingannando gli utenti circa la reale pericolosità delle proprie piattaforme. Non si tratta di un risarcimento danni qualsiasi, ma di una sanzione civile calcolata sulla base del massimo previsto dalla normativa del New Mexico: 5mila dollari per ogni violazione accertata, per un totale che ha raggiunto i 375 milioni di dollari, cifra che corrisponde anche a 10mila dollari per ciascun adolescente presente nello Stato.
A determinare l’esito del procedimento – uno dei primi casi di questo tipo ad arrivare a un verdetto di giuria negli Stati Uniti – sono state le prove raccolte durante l’indagine, inclusa un’attività sotto copertura in cui gli agenti statali si sono finti minorenni per testare la risposta dei sistemi di Meta. Le testimonianze rese in aula hanno messo in luce un quadro dettagliato: i vertici dell’azienda, pur essendo a conoscenza che i propri algoritmi favorivano l’incontro tra adulti malevoli e adolescenti, avrebbero scelto di privilegiare il coinvolgimento e la crescita degli utenti a scapito della sicurezza, occultando al pubblico le evidenze interne sui rischi legati allo sfruttamento sessuale. La procuratrice dello Stato, Linda Singer, ha sottolineato ai giurati come le scelte di design delle piattaforme fossero orientate a massimizzare il tempo di permanenza dei ragazzi online, generando – secondo l’accusa – un “uso problematico” che l’azienda avrebbe minimizzato.
Il verdetto che sfida le immunità storiche delle piattaforme
La sentenza assume un peso specifico particolare perché, tradizionalmente, i colossi tecnologici negli Stati Uniti sono stati protetti da responsabilità legali per i contenuti pubblicati dagli utenti grazie alla Sezione 230 del Communications Decency Act. In questo caso, tuttavia, la giuria ha accolto la tesi dell’accusa secondo cui Meta non può invocare quella tutela: il reato contestato non riguarda ciò che scrivono i singoli utenti, ma le condotte attive della società, il suo aver progettato consapevolmente un’architettura algoritmica che, di fatto, facilita l’esposizione dei minori ai predatori sessuali. È questa la linea argomentativa che ha permesso di superare lo scudo legale solitamente invocato da Big Tech, segnando un potenziale spartiacque per le centinaia di cause simili attualmente pendenti in altri distretti giudiziari americani.
Nel corso del dibattimento, è emerso che Meta non avrebbe neppure fatto rispettare la soglia minima di età fissata a 13 anni per l’iscrizione, lasciando di fatto i minori esposti a richieste di natura sessuale e a dinamiche di adescamento. I giurati hanno sentito non solo i rappresentanti dell’azienda – tra cui, in videoregistrazione, il fondatore Mark Zuckerberg – ma anche insegnanti di scuole pubbliche locali e dipendenti diventati “whistleblower”, i quali hanno raccontato di avvertimenti interni rimasti inascoltati. Il procuratore generale del New Mexico, Raúl Torrez, ha definito il risultato come una “vittoria storica”, sottolineando come l’esito del processo abbia finalmente riconosciuto che le piattaforme, nelle parole utilizzate durante le arringhe, sono state un “terreno fertile” per i traffici illeciti.
Un danno economico contenuto ma un precedente giuridico pesante
Nonostante la cifra appaia ingente – 375 milioni di dollari – per Meta si tratta di una somma che difficilmente inciderà sulle proprie finanze, considerando che l’azienda continua a macinare profitti annui superiori agli 80 miliardi di dollari e che i ricavi complessivi del gruppo hanno superato i 200 miliardi di dollari nell’ultimo esercizio. L’entità della multa, del resto, è notevolmente inferiore ai 2 miliardi di dollari richiesti inizialmente dall’accusa, che aveva calcolato le sanzioni moltiplicando le violazioni per il numero di utenti minorenni nello Stato. La società di Menlo Park ha già annunciato l’intenzione di presentare ricorso, confermando la linea difensiva tenuta in aula: “Lavoriamo duramente per mantenere le persone al sicuro sulle nostre piattaforme e siamo trasparenti riguardo alla complessità di identificare e rimuovere gli attori malintenzionati”.
Ma al di là dell’ammontare economico, è il principio giuridico affermato a preoccupare gli osservatori. Il verdetto del New Mexico arriva mentre in California un’altra giuria è ancora in camera di consiglio per decidere su un caso analogo che vede coinvolte Meta e YouTube, e mentre oltre quaranta procuratori generali di altrettanti Stati americani hanno intentato cause simili contro l’azienda di Zuckerberg. Il giudizio, inoltre, non si esaurisce con questa fase: il prossimo maggio è previsto un secondo segmento del processo, stavolta dinanzi a un giudice senza giuria, durante il quale si discuterà se Meta abbia creato una “pubblica molestia” e se debba essere obbligata a modificare sostanzialmente le proprie policy di sicurezza, inclusa l’implementazione di sistemi di verifica dell’età più stringenti.




