La luce blu degli smartphone non disturba il sonno come si credeva: l’inchiesta della Bbc
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Per anni l’abbiamo additata come la principale responsabile delle nostre notti agitate, e su questa convinzione – ripetuta all’infinito da divulgazione scientifica e media – si è costruito un mercato florido di lenti protettive, pellicole filtranti, applicazioni che scaldano i colori del display e persino lampadine cosiddette “circadiane”. La “luce blu” degli schermi, quella che i nostri smartphone emettono in abbondanza grazie alla retroilluminazione a Led, era diventata il nemico pubblico numero uno del riposo notturno. Peccato che le prove scientifiche a sostegno di questa tesi, a guardarle bene, siano sempre state meno solide di quanto immaginassimo. Un’inchiesta pubblicata da Bbc Future e firmata da Thomas Germain ha provato a fare chiarezza, e i risultati sono sorprendenti: no, non è vero che la luce blu dei nostri dispositivi ci rovini il sonno, almeno non nella misura in cui ci hanno fatto credere per un decennio.
L’esperimento estremo di Germain tra occhiali arancioni e candele
L’autore dell’articolo, dopo aver intervistato i principali ricercatori che studiano il rapporto tra illuminazione degli schermi e ritmi circadiani, ha deciso di portare alle estreme conseguenze i consigli ricevuti, anche quelli più drastici. Per settimane, ogni sera, ha indossato un paio di occhiali dalle lenti arancioni molto spesse – di quelli usati nei laboratori per proteggersi dai laser – per almeno tre ore prima di coricarsi. Ha oscurato le finestre con tende totali, ha spento tutte le luci elettriche dell’appartamento sostituendole con semplici candele, e si è chiuso in una sorta di “grotte” domestica priva di qualsiasi traccia di luce blu. L’obiettivo era capire cosa succede quando si elimina completamente quella determinata frequenza luminosa dalla propria vita, andando molto oltre la semplice attivazione della modalità “Night Shift” sul telefono.
La conclusione, suffragata dai dati raccolti e dalle opinioni degli esperti interpellati – tra cui Jamie Zeitzer, professore di psichiatria e scienze comportamentali alla Stanford University – è che la quantità di luce emessa dai nostri schermi è, in realtà, irrilevante se paragonata all’illuminazione della vita moderna. L’intensità luminosa di un display, per quanto fastidiosa possa sembrare al buio, è talmente bassa che da sola non può alterare in modo significativo la produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno. Per dirla con i numeri: ventiquattr’ore di esposizione alla luce blu proveniente da dispositivi digitali equivalgono a meno di un minuto passato all’aperto sotto il sole.
Lo studio del 2014 e la costruzione di un falso mito scientifico
Da dove nasce, allora, questa psicosi collettiva? Il rullo di tamburi mediatico partì nel dicembre del 2014, quando uno studio della Harvard Medical School paragonò la lettura su iPad a quella su libri di carta in condizioni di laboratorio. I partecipanti che usavano il tablet impiegavano più tempo ad addormentarsi e producevano meno melatonina, ma – ed è un passaggio fondamentale – erano tenuti in stanze quasi totalmente al buio per tutto il giorno prima della sessione di lettura. Come spiega Zeitzer, quelle condizioni erano “incredibilmente fuorvianti” perché non rispecchiano la vita reale: una persona che trascorre la giornata in un ufficio illuminato o che fa una passeggiata all’aria aperta accumula una “resistenza” alla luce serale. Il nostro orologio biologico, insomma, funziona per contrasto: più luce intensa riceviamo durante il giorno, meno siamo sensibili a quella debole degli schermi la sera.
Se il filtro non serve, cosa disturba davvero il riposo?
Questo non significa che usare il telefono a letto sia innocuo, ma piuttosto che stiamo puntando il dito contro il bersaglio sbagliato. Gli effetti positivi dei filtri per la luce blu, quando misurati con rigore, sono talmente modesti da essere quasi trascurabili: al massimo si guadagnano tre minuti di sonno in più o ci si addormenta cinque minuti prima. In alcuni esperimenti, paradossalmente, chi indossava gli occhiali ha impiegato più tempo a prendere sonno. La vera ragione per cui scrollare il feed dei social o rispondere alle mail prima di dormire ci stanca, allora, va cercata altrove. Secondo gli esperti, il problema principale è il comportamento che mettiamo in atto: lo scrolling infinito, la visione di “un’altra puntata” o il controllo delle notifiche rimandano volontariamente il momento di chiudere gli occhi. È il famoso “bedtime procrastination”, un rinvio che può costarci più di un’ora di sonno – un effetto dieci volte superiore a quello ipotizzato per la luce blu. La luce dello schermo, insomma, è solo una compagna di viaggio in una distrazione molto più grande: la nostra incapacità di staccare la spina.




