Il Libano espelle l’ambasciatore iraniano mentre Israele annuncia l’occupazione fino al Litani
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Redazione Esteri
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La crisi che da settimane tiene in scacco il Medio Oriente registra una doppia, drammatica accelerazione sul fronte libanese: da un lato Beirut rompe con Teheran dichiarendo persona non grata l’ambasciatore iraniano appena designato, Mohammad Reza Sheibani, intimandogli di lasciare il Paese entro domenica 29 marzo; dall’altro il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, annuncia senza mezzi termini l’obiettivo di occupare militarmente una fascia di territorio libanese fino al fiume Litani, una zona che rappresenta circa il dieci per cento della superficie nazionale e che lo stesso Katz ha definito “zona di sicurezza”.
Il gesto di Beirut, che formalmente ritira l’accredito al diplomatico iraniano, arriva al culmine di settimane di tensione crescenti tra i due Paesi e si inserisce in un quadro di sostanziale paralisi del governo libanese, diviso tra la necessità di non apparire come un mero satellite dell’Iran e l’incapacità di controllare le milizie di Hezbollah che da anni agiscono come Stato nello Stato. Sheibani, un diplomatico di lungo corso con un passato da ambasciatore a Beirut tra il 2005 e il 2009 e successivamente a Damasco durante gli anni più duri della guerra siriana, era stato richiamato nella capitale libanese in un momento di massima escalation proprio per gestire i rapporti in un contesto ormai apertamente bellico. La sua espulsione, sancita dal ministero degli Esteri libanese sulla base dell’articolo 9 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, rappresenta uno strappo formale ma politicamente pesantissimo: non la rottura delle relazioni diplomatiche, ma un segnale inequivocabile indirizzato sia a Teheran sia, probabilmente, all’opinione pubblica interna, sempre più ostile all’ingerenza iraniana.
Mentre il governo di Beirut tenta di riprendersi un margine di sovranità, il ministro Katz ha chiarito che per Israele la partita si gioca altrove. L’annuncio, fatto pubblico martedì 24 marzo nel corso di una riunione con il capo di stato maggiore, non lascia spazio a interpretazioni: le forze di difesa israeliane intendono controllare l’intera area a sud del Litani, un fiume che scorre a circa trenta chilometri dal confine e che già in passato, durante la lunga occupazione israeliana durata fino al 2000, era stato indicato come limite settentrionale della cosiddetta “fascia di sicurezza”. L’operazione, nelle intenzioni di Tel Aviv, dovrebbe mettere definitivamente fuori gioco Hezbollah, impedendo alla milizia sciita di piazzare razzi e missili a ridosso del confine. A sostegno di questa strategia, l’aviazione israeliana ha già distrutto cinque ponti sul Litani e ha intensificato i bombardamenti sui villaggi del sud, provocando secondo il ministero della Salute libanese più di mille vittime dall’inizio dell’ultima fase del conflitto, con oltre un milione di sfollati che hanno abbandonato le loro case.
L’incognita delle trattative tra Trump e Teheran e le frizioni interne alla leadership israeliana
In questo quadro di tensione militare, il fronte diplomatico appare segnato da un profondo scetticismo. Funzionari israeliani interpellati dall’agenzia Reuters avrebbero infatti espresso una sostanziale sfiducia riguardo alla possibilità che i colloqui, avviati dal presidente americano Donald Trump con una parte della classe dirigente iraniana, possano portare a un accordo che tenga conto delle esigenze di sicurezza dello Stato ebraico. Secondo quanto riportato dal sito Axios, il primo ministro Benjamin Netanyahu teme che gli Stati Uniti possano concludere un’intesa con Teheran facendo concessioni significative, senza un adeguato coinvolgimento di Israele nella definizione dei termini. Un timore, quello del premier, che riflette una frattura operativa emersa già nei primi giorni del conflitto, quando il segretario alla Guerra Pete Hegseth aveva riconosciuto pubblicamente che gli obiettivi di Washington e di Gerusalemme non coincidono completamente: gli Stati Uniti sembrano orientati a una risoluzione negoziata che riporti stabilità nei mercati energetici, mentre Israele spinge per un ridimensionamento permanente della minaccia iraniana, se non per un cambio di regime.
A complicare ulteriormente il quadro, fonti dei media israeliani hanno riferito di un acceso diverbio tra Netanyahu e un alto funzionario dell’amministrazione Trump in merito alla gestione delle violenze dei coloni nei territori palestinesi, un episodio prontamente smentito dalla Casa Bianca ma che testimonia le tensioni latenti tra i due alleati. Netanyahu, dal canto suo, ha cercato di mostrare pubblicamente un’unità di intenti con il presidente americano, dichiarando di sostenere i negoziati con l’Iran e definendoli funzionali a proteggere gli “interessi vitali” di Israele, ma ha al contempo ribadito che l’offensiva militare non si fermerà: “Continueremo a colpire sia in Iran che in Libano. Stiamo distruggendo il programma missilistico e quello nucleare”, ha affermato in un videomessaggio, rivendicando l’eliminazione di due scienziati nucleari iraniani nei giorni scorsi.
Il Libano nel caos tra avanzata israeliana e spaccature interne
Sul terreno, le forze di difesa israeliane stanno avanzando via terra nel sud del Libano, scontrandosi con i miliziani di Hezbollah che hanno riaperto le ostilità all’inizio di marzo dopo mesi di cessate il fuoco. La situazione è resa ancor più fluida da un episodio che ha dell’incredibile: un missile lanciato dall’Iran, diretto verso il Libano, sarebbe stato intercettato da una nave straniera – la cui nazionalità non è stata rivelata – mentre stava per abbattersi sulla provincia di Jounieh, a nord di Beirut. L’episodio, ancora avvolto nel mistero, ha sollevato interrogativi sulla reale portata del coordinamento militare tra gli alleati di Teheran e sull’effettiva capacità del governo libanese di impedire che il proprio territorio venga utilizzato come piattaforma per attacchi esterni.
Intanto, il governo di Beirut, già provato da anni di crisi economica e politica, si trova spaccato al proprio interno. Il presidente Joseph Aoun aveva in precedenza condannato le azioni di Hezbollah, avvertendo che l’uso del Libano come “piattaforma per guerre per procura” espone il paese a pericoli inaccettabili. La decisione di espellere l’ambasciatore iraniano rappresenta dunque una presa di distanza netta, ma non priva di rischi: Hezbollah, che continua a essere la forza armata più potente del paese, ha già condannato il provvedimento definendolo un atto ostile nei confronti dell’Iran. Il segretario generale del movimento, Hassan Nasrallah, non ha ancora parlato pubblicamente dopo gli ultimi sviluppi, ma i deputati del partito hanno chiarito che qualsiasi occupazione israeliana a sud del Litani sarà considerata una “minaccia esistenziale” e sarà contrastata con le armi.
Per i circa duecentomila residenti dell’area compresa tra il confine e il Litani, molti dei quali già sfollati dopo gli ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano, la prospettiva è quella di una nuova occupazione lunga e indefinita, con il rischio concreto di non poter fare ritorno alle proprie case. Israele ha giustificato la distruzione di abitazioni nelle zone di frontiera – paragonata dallo stesso Katz al “modello Rafah e Beit Hanun” applicato a Gaza – con la necessità di creare un cuscinetto difensivo che tenga lontana la minaccia di razzi e missili anticarro. Un ritorno al passato, a quella striscia di occupazione che tra il 1982 e il 2000 costò decine di migliaia di vite e che oggi, in un contesto regionale infinitamente più complesso, rischia di trascinare l’intero paese in un abisso di violenza dal quale sarà difficile uscire.




