Covid, lo scontro Conte-Meloni si infiamma: la replica della premier e le accuse del M5S

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga audizione dell'ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione dell'emergenza Covid-19 ha riaperto in maniera frontale lo scontro politico con la maggioranza. Durante le oltre cinque ore di interrogatorio, che si sono svolte giovedì 6 agosto, Conte ha duramente attaccato i lavori della Commissione, definendola un «plotone di esecuzione» e accusando la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di esserne la «regista».

Una replica immediata è arrivata dalla premier, che ha rivendicato il diritto degli italiani alla verità e ha respinto al mittente le accuse di strumentalizzazione, sottolineando come la ricerca della verità su una tragedia che ha segnato il Paese non possa essere confusa con un attacco politico.

La difesa di Conte e le accuse alla Commissione

Giuseppe Conte, ascoltato per circa cinque ore, ha impostato la sua difesa su un duplice binario: da un lato, rivendicare la bontà delle scelte operate dal suo governo nei mesi più duri della pandemia, e dall'altro, allargare il perimetro delle responsabilità ad altri attori istituzionali. Nel suo intervento, l'ex premier ha più volte sottolineato come l'Italia sia stata «forse la prima in Europa ad affrontare l'emergenza», diventando un «modello» per gli altri Paesi.

Ha poi respinto le critiche relative all'acquisto di mascherine da parte della struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, affermando di aver depositato un documento anonimo alla Procura di Roma che solleverebbe sospetti sulla regolarità di alcune forniture. Nel corso dell'audizione, Conte ha inoltre accusato la Commissione di fare da «scudo» ai governatori delle Regioni, che ai tempi erano all'opposizione, e ha ricordato di essersi reso disponibile a testimoniare già da due anni, inviando tre lettere agli uffici della stessa commissione.

La sua strategia è parsa chiara a molti osservatori: quella di ribaltare la narrazione, passando dall'essere accusato a colui che smaschera una presunta macchinazione politica ai suoi danni.

La replica di Meloni: "La verità è un diritto degli italiani"

La risposta di Giorgia Meloni non si è fatta attendere. Attraverso un post sui social, la presidente del Consiglio ha respinto con fermezza le dichiarazioni di Conte, definendo strumentale la sua posizione. Meloni ha ribadito che il lavoro della Commissione non è un processo a una persona, ma un «dovere verso una nazione che ha pagato un prezzo altissimo».

La premier ha espresso il proprio stupore per il fatto che Conte non si sia unito al «coro di chi chiedeva risposte» alle troppe domande rimaste senza risposta, accusandolo invece di aver scelto la strada della difesa e della delegittimazione. «Solo che, a differenza sua, non mi interessa gettare fango su nessuno, né trasformare una tragedia che ha segnato milioni di italiani in un terreno di scontro personale», ha scritto Meloni, aggiungendo che «la verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani».

La presidente del Consiglio ha concluso ribadendo l'obiettivo di fare piena luce sulle decisioni assunte, sulla gestione dell'emergenza e sull'utilizzo delle ingenti risorse pubbliche, «accertando eventuali responsabilità, ovunque esse siano».

L'intervento di Gravina (M5S): "Basta processi politici travestiti da memoria"

Sul fronte opposto, a difendere la gestione del governo giallorosso è intervenuto anche il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Roberto Gravina. In una nota stampa, Gravina ha parlato di una «campagna subdola» condotta da Fratelli d'Italia, mirata a ricostruire i mesi del Covid «in chiave denigratoria», soprattutto per quanto riguarda l'acquisto di mascherine da parte di Arcuri.

Il consigliere pentastellato ha sottolineato come la magistratura si sia già pronunciata senza riscontrare «nulla di rilevante» né per Conte né per lo stesso Arcuri, chiedendo che si smetta di alimentare un «regolamento di conti politico». Gravina ha poi richiamato il clima di paura e incertezza di quei mesi, difendendo la buona fede di chi ha dovuto operare scelte inedite e sofferte in un sistema sanitario impreparato.

«Capire quella storia richiede onestà, non assoluzioni preventive, ma nemmeno condanne postume che sanno solo di un livoroso regolamento di conti politico», ha dichiarato Gravina, definendo le audizioni in Commissione un tentativo di «diffondere la verità» che, a suo dire, è lontano anni luce dalla propaganda.

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