L’aeroporto di Dubai riapre parzialmente dopo l’incidente, ma la crisi nel Golfo tiene in scacco i collegamenti aerei e fa lievitare le tariffe
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Redazione Esteri
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La ripresa parziale delle operazioni allo scalo internazionale di Dubai, annunciata nella giornata di oggi, sabato 7 marzo, non placa del tutto i timori legati alla sicurezza dello spazio aereo mediorientale. Dopo una sospensione breve ma drammatica, avvenuta nella mattinata e della durata di meno di due ore, l’hub gestito dalla compagnia Emirates ha riaperto i propri cieli, seppur con un numero di voli drasticamente ridotto. Un portavoce dell’aeroporto, in un messaggio pubblicato sul profilo ufficiale X, ha confermato che gli aeromobili stanno tornando a decollare e ad atterrare sia dal tradizionale scalo di DXB sia da quello di Al-Maktoum, conosciuto anche come DWC, ma la capacità complessiva, stando ai dati raccolti da Flightradar24, si attesta intorno a un misero quarto di quella standard. Il tutto è avvenuto dopo che le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti, come riferito dalla stampa internazionale e confermato da fonti locali, sono state costrette a intervenire per intercettare minacce provenienti da droni, in un contesto di tensione che vede l’Iran protagonista. Si parla, nei resoconti che arrivano dalle agenzie di stampa, di oggetti volanti abbattuti nei pressi dello scalo e di detriti caduti al suolo, circostanza che ha inevitabilmente innescato il protocollo di sicurezza e il conseguente blocco delle partenze, durato lo spazio di qualche ora per consentire i necessari accertamenti.
Nel frattempo, mentre il traffico commerciale cerca faticosamente di tornare alla normalità, si registra con soddisfazione da parte della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri della Repubblica di San Marino il rientro in Italia di tutti i cittadini sammarinesi che si trovavano negli Emirati. L’operazione, coordinata dal Dipartimento Affari Esteri, ha visto il rimpatrio nell’arco della giornata dei connazionali e dei loro familiari, i quali erano rimasti bloccati a seguito della chiusura degli aeroporti. Un lavoro certosino di riprogrammazione, portato avanti in collaborazione con le agenzie di viaggio che avevano in carico i turisti, ha permesso di risolvere positivamente una situazione che avrebbe potuto riservare maggiori criticità. Allo stato attuale, non risultano altri cittadini sammarinesi in attesa di assistenza nella regione del Golfo, sebbene permanga alta l’attenzione per eventuali ripercussioni sugli scali di chi, proveniente da mete più lontane come il Sud-est asiatico, abbia programmato coincidenze negli aeroporti mediorientali.
L’effetto domino sui prezzi, aumenti a tre cifre percentuali sulle tratte intercontinentali
Al di là dell’emergenza immediata e del rientro dei viaggiatori, l’aspetto che più sta facendo discutere gli analisti e i consumatori riguarda l’impennata vertiginosa dei costi dei biglietti aerei, un fenomeno che si è manifestato con violenza inaudita nelle ultime quarantott’ore. Il conflitto in atto tra Stati Uniti e Iran, che ha portato alla chiusura di porzioni significative di spazio aereo e al blocco dello Stretto di Hormuz, ha di fatto tagliato le rotte tradizionali che collegavano l’Europa all’Asia, trasformando un viaggio di routine in un’odissea costosa e complicata. La riduzione dell’offerta di posti, dovuta alla necessità per molte compagnie di rimodulare i percorsi aggirando le zone calde, ha creato un effetto imbuto. Su alcune tratte, come quella che unisce Singapore a Milano, il rincaro è stato immediato e si è attestato su percentuali vicine al seicento per cento, con il prezzo minimo schizzato da poche centinaia di euro a quasi millenovecento euro in un solo giorno. Peggio è andata ai passeggeri in partenza da Hong Kong alla volta di Francoforte, dove l’incremento ha superato abbondantemente il novecento per cento.
Questo scenario, come spiegano i vettori aerei e gli osservatori economici, è il frutto di una combinazione letale di fattori: da un lato la scarsità di voli disponibili su rotte alternative ritenute sicure, dall’altro il rincaro del carburante, il cui prezzo ha subito una spinta al rialzo proprio a causa delle tensioni geopolitiche che minacciano i flussi di approvvigionamento del greggio. I vettori europei e asiatici si trovano costretti a ripensare le proprie reti, allungando i tempi di volo e, di conseguenza, aumentando i consumi di cherosene, un costo che viene inevitabilmente ribaltato sul viaggiatore finale. Le stime parlano di un possibile consolidamento del caro-biglietti, con aumenti strutturali che potrebbero attestarsi tra il venti e il trenta per cento nel medio periodo, un duro colpo per il settore del turismo e per la mobilità delle imprese.




