L’aeroporto di Dubai riprende i voli dopo l’allarme droni, ma lo spettro del caro-biglietti incombe sul settore aereo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le operazioni all’aeroporto internazionale di Dubai, il secondo scalo più trafficato del pianeta per flussi internazionali, hanno ripreso in maniera parziale nella tarda mattinata di oggi dopo una sospensione breve ma intensa, dovuta a un intervento della difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti che ha intercettato alcuni droni nei pressi dell’infrastruttura. La chiusura, seppur temporanea, ha mandato in tilt per qualche ora uno dei principali hub mondiali, quello che quotidianamente gestisce il ponte aereo tra Oriente e Occidente, costringendo la compagnia di bandiera Emirates a fermare tutti i collegamenti in partenza e in arrivo per poi riprenderli, seppur in forma limitata, meno di sessanta minuti dopo. Le voci dei testimoni, riportate dalle agenzie internazionali, parlano di un boato e di una colonna di fumo nel cielo, circostanze che le autorità locali hanno prontamente ridimensionato, parlando di un “incidente minore” legato alla caduta di detriti a seguito dell’intercettazione e senza conseguenze per l’incolumità delle persone.

La natura della minaccia, riconducibile a oggetti volanti non identificati e probabilmente lanciati da postazioni oltre i confini, ha riaperto una ferita profonda nella percezione di sicurezza di un’area già segnata dalle recenti ostilità. Per chi osserva i flussi del trasporto aereo, la chiusura di Dubai, sebbene breve, è la cartina di tornasole di una vulnerabilità strutturale: quando lo spazio aereo del Golfo viene compromesso, le ripercussioni si sentono a migliaia di chilometri di distanza. Lo scalo, che aveva già visto un traffico ridotto al 25% della sua capacità ordinaria, ha dovuto gestire non solo la ripartenza graduale dei propri voli, ma anche la ricollocazione dei passeggeri in transito. In questo quadro di incertezza operativa, la compagnia Emirates ha fatto sapere che i passeggeri con prenotazioni fino alla fine di marzo potranno richiedere il rimborso o il rebooking, mentre i checkpoint cittadini per il check-in sono stati temporaneamente chiusi.

Il rientro dei sammarinesi e il monitoraggio costante

Mentre lo scalo di Dubai cercava di tornare alla normalità, dalla Repubblica di San Marino è arrivata la conferma che tutti i cittadini sammarinesi e i loro familiari che si trovavano negli Emirati Arabi Uniti sono rientrati in Italia nel corso della giornata. L’operazione, coordinata dal Dipartimento Affari Esteri, è stata possibile grazie alla riprogrammazione dei voli gestita direttamente dalle agenzie di viaggio che avevano in carico i turisti coinvolti, un lavoro certosino che ha permesso di evitare che qualcuno rimanesse bloccato in una zona calda come quella del Golfo. Non risultano, al momento, altri cittadini sammarinesi presenti nell’area per motivi turistici, ma la macchina della vigilanza resta in moto: l’invito delle autorità è quello di verificare costantemente lo stato dei collegamenti, soprattutto per chi ha in programma scali intermedi negli aeroporti della regione, dove la situazione rimane fluida e le cancellazioni sono ancora all’ordine del giorno.

Rincari record sui biglietti tra Europa e Asia

La chiusura degli spazi aerei mediorientali e dello Stretto di Hormuz, però, non ha avuto effetti solo sull’operatività immediata degli aeroporti, ma ha innescato un terremoto sui prezzi dei biglietti aerei che ha pochi precedenti. Le rotte che collegano l’Europa all’Asia, abituate a sfruttare gli hub del Golfo come punti di snodo, si sono trovate improvvisamente orfane di quelle rotte, costringendo le compagnie a ripensare i percorsi con deviazioni che allungano i tempi di volo e, di conseguenza, i consumi di carburante. Il risultato è stato un’impennata dei costi che si è riversata immediatamente sulle tariffe: sulla tratta Singapore-Milano, per fare un esempio concreto, il prezzo è schizzato da 254 euro a 1.876 euro nell’arco di ventiquattr’ore, un balzo percentuale che sfiora il 640%.

Ancora più eclatante il caso della Singapore-Francoforte, che ha visto i biglietti lievitare da 398 a 7.582 euro, con un incremento superiore al 1.800 per cento, una dinamica che gli analisti spiegano con la saturazione delle poche opzioni rimaste in grado di evitare il sorvolo delle aree a rischio. Le difficoltà si sono fatte sentire anche su altre direttrici, come Hong Kong-Milano, con rincari superiori al duecento per cento, e Hong Kong-Parigi, attestatasi su un +300% circa. I dati raccolti dagli operatori del settore parlano di migliaia di voli cancellati a livello globale, una riduzione della capacità che, unita alla corsa all’acquisto dei posti disponibili per non rimanere a terra, ha creato una tempesta perfetta sul mercato del trasporto aereo.

Lo shock petrolifero e le ripercussioni sui vettori

A complicare il quadro c’è la variabile energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha spinto le quotazioni del greggio verso l’alto, e con esse il prezzo del jet fuel, una delle voci di costo più pesanti per i vettori. Se le tensioni dovessero mantenersi a questi livelli, il Brent potrebbe stabilizzarsi in una forchetta tra i cento e i centoquindici dollari al barile, con picchi fino a centocinquanta dollari, livelli che eroderebbero i margini delle compagnie e consoliderebbero il caro-biglietti oltre la fase di emergenza immediata. L’impatto sugli operatori è già stato pesante: Wizz Air, ad esempio, ha previsto un effetto negativo di circa cinquanta milioni di euro sugli utili netti per l’anno fiscale in corso, un terzo del quale dovuto alla sospensione dei servizi verso il Medio Oriente e il resto legato all’andamento sfavorevole dei fattori macroeconomici. Lufthansa, dall’altro lato, prevede di aumentare i ricavi nonostante l’incertezza, segno che la capacità di adattamento dei singoli vettori farà la differenza nei prossimi mesi.

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