Insulti a Meloni, la reazione ironica di Fiorello e la parabola discendente dei “megafoni” del Cremlino
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Redazione Interno
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C’era una volta (e non poi così tanto tempo fa) la macchina della propaganda russa, un apparato tanto temuto quanto – a quanto pare – sempre meno seguito in patria. Nel vortice degli ultimi sviluppi diplomatici, la frase pronunciata dal ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski – che ha definito l’odierno attacco verbale alla premier Giorgia Meloni come una sorta di “medaglia d’onore”, paragonando l’autore di quelle offese, Vladimir Solovyov, a un propagandista goebbelsiano – ha trovato inaspettatamente eco in un contesto ben più leggero, seppur altrettanto tagliente. La vicenda, nata dagli epiteti irripetibili (espressi in un italiano volutamente crudo e becero) lanciati dal conduttore russo durante il programma Polnyj Kontakt, ha però innescato una reazione a catena che va oltre la semplice solidarietà istituzionale.
Se da un lato il ministro Antonio Tajani ha proceduto con la formale convocazione dell’ambasciatore russo per protestare contro quelle che ha definito “gravissime dichiarazioni” -2, dall’altro l’immaginario collettivo italiano è stato rapito dalla verve comica di Rosario Fiorello. Proprio nella sua ultima puntata de La Pennicanza, lo showman ha infatti raccontato – con il consueto tempismo ironico – la presunta prima reazione della presidente del Consiglio: “Pensavo fosse un programma de La7”. Una battuta, questa, che ha sortito l’effetto di ridimensionare la portata mediatica dell’oltraggio, smontandone la solennità attraverso l’arma della satira. “Questa povera Giorgia Meloni non ha pace: prima Trump, poi la Russia… ci manca solo il Vaticano”, ha scherzato Fiorello, aggiungendo perfino di aver tentato di contattare la premier – “Le ho mandato un vocale per farmi mandare un insulto di risposta… ma non può rispondermi ora, ha il Consiglio dei Ministri” – e ridicolizzando l’accaduto con il titolo fittizio del programma incriminato ribattezzato “La Putinanza”.
L’eclissi degli ascolti e la perdita di peso specifico
A rendere ancora più grottesco il siparietto, però, è il contesto di profonda crisi in cui versa oggi la stessa macchina propagandistica del Cremlino. Bisognerà farci l’abitudine, perché si tratta di un dato di fatto: i tempi sono grami per la propaganda russa, almeno per quanto riguarda il fronte domestico. Secondo un’analisi della società di sondaggi Mediascope, che si basa sugli indici d’ascolto della televisione russa relativi al 2025, un dato emerge chiaro e inequivocabile: circa la metà dei programmi che noi occidentali definiamo di propaganda non rientra più tra le cento trasmissioni più popolari del Paese. I russi, insomma, guardano sempre meno i talk-show a senso unico, preferendo invece l’intrattenimento leggero.
Prendiamo proprio il caso dell’attuale protagonista di questa bufera, Vladimir Solovyov, insignito dell’Ordine d’Onore dal presidente Putin e fino a ieri considerato un fedelissimo molto temuto. Il suo talk-show quotidiano, in onda su Rossija 1, registra un autentico tracollo: se nel 2022, all’inizio del conflitto, i suoi indici toccavano punte di tutto rispetto, oggi gli share si sono più che dimezzati, passati dal 2% a un misero 1,6%. Le sue invettive, per quanto volgari, non riescono più a catturare l’attenzione di un pubblico che appare ormai assuefatto o, peggio, indifferente alle minacce di “bombardare Parigi, Roma e Berlino”.
L’accusa di “tradimento” e le implicazioni geopolitiche
L’attacco sferrato da Solovyov, lungi dall’essere un incidente isolato, si inserisce in una strategia comunicativa ben precisa, sebbene ormai logora. Nel mirino del conduttore non è finita soltanto la premier per la sua “fedeltà” a Volodymyr Zelensky o per il sostegno militare all’Ucraina, ma anche il presunto voltafaccia nei confronti di Donald Trump. “Questa Meloni – ha tuonato il conduttore – carogna fascista, ha tradito i propri elettori. Ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà”. L’accusa di “tradimento” getta una luce sinistra sulle dinamiche internazionali, dove l’Italia cerca di bilanciare le alleanze atlantiche con le pressioni di una fazione europeista sempre più compatta.
Eppure, nonostante la durezza degli insulti – tra cui il neologismo volgare che ha fatto il giro del web – la risposta del governo italiano è stata immediata e sostenuta anche dalle opposizioni, un segnale raro di unità nazionale di fronte a quella che è stata percepita come un’offesa all’intero Paese. Tuttavia, a differenza di altre occasioni (quando la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva augurato il crollo dell’Italia), stavolta il silenzio da Mosca è stato quasi assordante. Zakharova si è limitata a liquidare la vicenda come una semplice “opinione personale” del conduttore. Un distacco, questo, che la dice lunga sul ruolo sempre più marginale che personaggi come Solovyov ricoprono ormai anche agli occhi del Cremlino.
La risposta diretta della premier e il futuro della disinformazione
La replica di Giorgia Meloni non si è fatta attendere, ed è arrivata con la consueta fermezza attraverso i canali social. “Per sua natura – ha scritto la premier – un solerte propagandista di regime non può impartire lezioni né di coerenza né di libertà. Ma non saranno certo queste caricature a farci cambiare strada”. Una dichiarazione che mira a spostare l’asticella dal piano personale a quello valoriale, ribadendo che la bussola dell’esecutivo rimane l’interesse nazionale, al riparo da “fili” esterni.
Quel che resta, al di là della ridda di polemiche, è la fotografia di un fenomeno in lenta ma inesorabile agonia. I “putiniani televisivi”, per usare una definizione efficace, continuano a perdere ascolti e rilievo nella stessa società che dovrebbero influenzare. Come sottolineato da alcuni analisti, persino il giornale Moskovskij Komsomolets, tradizionalmente vicino alla linea dura, ha mostrato una cautela inusuale nel commentare la vicenda, limitandosi a constatare che Solovyov “ha causato una forte reazione da parte delle autorità italiane”. La guerra dell’informazione, sembra suggerire la realtà, la stanno vincendo non tanto i contro-cantieri occidentali, quanto il semplice e inesorabile scetticismo di un pubblico che cambia canale. E se a spegnere il megafono del regime fosse proprio il silenzio (o la noia) dei russi, allora la battuta di Fiorello su La7 potrebbe rivelarsi profetica più di qualsiasi analisi geopolitica.




