Il commissario Montalbano, la replica del 2002 sale sul tetto degli ascolti: il mistero di un successo che resiste alle incrinature
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Martedì sera, complice forse la stanchezza di un pubblico che cerca storie solide in un panorama televisivo frammentato, Rai 1 ha piazzato un vero e proprio colpo di coda. A trionfare non è stato un nuovo prodotto patinato, bensì la replica di un episodio de "Il commissario Montalbano" risalente al lontano 2002, "Gatto e cardellino", capace di catturare l’attenzione di 2.811.000 spettatori, pari a un eloquente 15.9% di share. Un dato, questo, che manda al tappeto la concorrenza diretta del Grande Fratello Vip (fermo all'1.8 milioni e al 15.1%) e che riaccende i riflettori sul fenomeno – apparentemente inspiegabile per i puristi della novità – di un prodotto seriale che, malgrado l’età e la reiterazione, continua a esercitare un fascino magnetico.
La formula del gatto e del cardellino: tra prevedibilità e rassicurazione
L’episodio in questione, tratto dalla penna di Andrea Camilleri, presenta del resto una struttura che gli appassionati conoscono a memoria: a Vigàta, nell’arco di pochi giorni, tre anziane signore vengono assalite da un misterioso scippatore in sella a una moto; un uomo che spara, ma inspiegabilmente manca sempre il bersaglio. Salvo Montalbano, interpretato da un Luca Zingaretti ormai perfettamente calato nei panni del commissario, intuisce immediatamente che quella parvenza di microcriminalità nasconde in realtà un disegno molto più torbido, legato a un tentativo di omicidio studiato a tavolino. A impreziosire il quadro, la consueta atmosfera sospesa tra dramma e ironia, con la comparsa di una vecchia fiamma del commissario – la dottoressa Barbara – che getta nello scompiglio il solitamente impacciato ispettore Fazio.
Se da un lato i critici più severi, come Aldo Grasso, sottolineano da tempo la natura "formulaica" della serie, dove la nuotata mattutina, il battibecco telefonico con Livia e l’intuizione geniale sul finale si ripetono con cadenza quasi liturgica, è proprio questo meccanismo ripetitivo a costituire la chiave del trionfo. Lo spettatore non cerca la sorpresa, ma la conferma; non vuole essere destabilizzato, bensì accolto in un mondo i cui codici sono familiari. La sicurezza con cui Montalbano muove i suoi passi – una sicurezza che gli deriva da un’intelligenza pratica raramente messa in discussione – offre un contrappeso ideale all’incertezza del reale.
Le incrinature di un gigante: quando la staticità diventa stile
Tuttavia, sarebbe miope limitarsi a celebrare questo successo senza notare quelle che, per usare un eufemismo, potremmo definire le "incrinature" della corazzata. La serie, nonostante l’affetto incondizionato del pubblico, mostra dei limiti strutturali evidenti. Primo fra tutti, la staticità dei personaggi secondari: la comicità involontaria di Catarella, le paternale di Mimì Augello o la dedizione silenziosa di Fazio sono rimaste cristallizzate nel tempo, prive di quelle evoluzioni che arricchirebbero il racconto corale. Inoltre, la figura del commissario pecca talvolta di un’idealizzazione eccessiva; la sua infallibilità, se da un lato lo rende un eroe positivo, dall’altro comprime il conflitto drammatico, rendendo le indagini più un percorso obbligato che un’autentica scoperta.
Non a caso, mentre gli ascolti volano, sul web si leva il coro (seppur minoritario) di chi protesta, esattamente come accaduto dopo l’ultima messa in onda. "Basta con le repliche delle repliche", "le conosco a memoria", tuonano alcuni utenti, stanchi di vedere il palinsesto di prima serata affidato a un prodotto che, per quanto nobile, appartiene a un’altra era televisiva. Eppure, la Rai, bersagliata da queste critiche, continua a puntare sulla certezza dell’audience, conscia che la solidità di Zingaretti valga più di qualsiasi rischio sperimentale.
L’effetto Zingaretti e la nostalgia del set
A tenere vivo il mito, contribuisce anche la dimensione extratestuale, come dimostra il recente post social dell’attore, diventato virale in poche ore. Zingaretti, tornato a Scicli per visitare il set ormai dismesso del commissariato dopo ben sette anni, ha raccontato con emozione di aver ritrovato, intatti tra i cassetti della scrivania, i fogli delle scene con i suoi vecchi appunti. Un gesto, il suo, che ha riacceso la speranza dei fan più accaniti, quelli che sognano ancora un adattamento del romanzo conclusivo "Riccardino", e che dimostra come il confine tra l’attore e il personaggio sia ormai del tutto evaporato.
In fondo, "Gatto e cardellino" – lo ricorda la trama – è anche la storia di un medico che simula il proprio suicidio con la moglie per scappare da una vita che non lo rappresenta più. Un atto di evasione che, paradossalmente, somiglia molto a quello degli spettatori di martedì sera: non una fuga dalla realtà, ma un tuffo volontario in una finzione che, pur nella sua staticità, appare più vera e più umana del caos quotidiano.




