Nato, l'incognita americana e i 258 miliardi in più per la difesa: l'Europa prova a fare da sola?
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Redazione Esteri
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Il dibattito, se così vogliamo definirlo, su un futuro dell'Alleanza Atlantica meno dipendente dagli Stati Uniti ha ripreso vigore, quasi fosse un tormentone estivo, alimentato da dichiarazioni e voci di corridoio che riecheggiano tra Bruxelles e le capitali europee. A gettare benzina sul fuoco, o forse a offrire un dato concreto su cui ragionare, è stata la vicesegretaria generale della Nato, Radmila Sekerinska, intervenuta alla Commissione Difesa dell'Eurocamera.
Secondo quanto riportato, Sekerinska ha sottolineato come gli alleati europei e il Canada, in stretta collaborazione con gli Stati Uniti, si stiano facendo carico di maggiori responsabilità per la difesa comune. Un impegno che si traduce in cifre imponenti: circa il 4% del Pil investito in difesa e sicurezza, con una crescita della spesa del 20% rispetto all'anno precedente, per un totale di 258 miliardi di dollari in più tra il 2025 e il 2026.
Un quarto di trilione di dollari che, nelle intenzioni, dovrebbe servire a "riequilibrare" l'alleanza transatlantica, rendendola più sostenibile e forse, implicitamente, meno esposta alle scelte unilaterali di Washington.
Il fantasma di una Nato senza gli Usa
L'ombra di uno scenario che vede gli Stati Uniti ridimensionare il proprio ruolo, se non ritirarsi del tutto dai meccanismi decisionali dell'Alleanza, non è più un'ipotesi così remota. Da tempo, ormai, si rincorrono voci secondo cui i paesi europei starebbero valutando seriamente piani di difesa alternativi, nel timore che una crisi possa portare Washington a non attivare il famoso articolo 5, quello della difesa collettiva, paralizzando di fatto la Nato.
Secondo alcune fonti, già nel 2025 paesi come Francia e nazioni scandinave avevano avviato discussioni informali su questo tema, discussioni che, nei mesi successivi, hanno coinvolto anche Germania e Polonia, storicamente più caute nel mettere in discussione il primato americano. La percezione, insomma, è che il famoso "ombrello" statunitense si stia facendo meno rassicurante, spingendo l'Europa a chiedersi se sia il caso di imparare a ballare sotto la pioggia, magari con un proprio ombrello.
Deterrenza nucleare e "volenterosi": le carte europee
Se la difesa convenzionale è un capitolo, quello della deterrenza nucleare è un altro pianeta. E su questo fronte, la Francia gioca una partita tutta sua. Pur essendo una potenza nucleare, Parigi ha sempre scelto di non partecipare al Gruppo dei piani nucleari della Nato (NPG), per preservare la massima autonomia sulla propria capacità di dissuasione.
Di recente, la mossa di Macron di dichiarare l'intenzione di aumentare l'arsenale e di orientarsi verso un concetto di "deterrenza in avanti", che potrebbe coinvolgere altri alleati, ha riaperto il dibattito su quale possa essere il ruolo della componente nucleare francese per la sicurezza europea.
Un dibattito reso ancora più complesso dalla Dichiarazione di Northwood del luglio 2025, con cui Regno Unito e Francia hanno concordato di coordinare le proprie forze nucleari, un'intesa che, se da un lato rafforza il polo europeo, dall'altro lascia aperti interrogativi sul reale grado di integrazione e condivisione.
Nel frattempo, si parla sempre più insistentemente di una "coalizione dei volenterosi", un gruppo ristretto di paesi europei, con l'eventuale appoggio logistico degli Stati Uniti, che potrebbe farsi carico di missioni di garanzia, ad esempio in Ucraina, aggirando gli attuali limiti operativi di una Nato allargata e talvolta farraginosa. Ma quanti sono questi "volenterosi" e, soprattutto, quanto pesano realmente sul campo, resta una questione aperta.
Un conto sono gli annunci e gli impegni di spesa, un altro sono i mezzi effettivamente disponibili e le capacità operative sul terreno, messe a dura prova da anni di tagli e ridimensionamenti.
Tra proxy e "cervello morto", il ritorno di un fantasma
In questo quadro di incertezze strategiche, non si può fare a meno di ricordare la celebre, e all'epoca provocatoria, diagnosi del presidente francese Macron, che nel 2019 definì la Nato "cerebralmente morta". Un'affermazione che, all'epoca, suscitò un vespaio di reazioni ma che, a distanza di anni e con il senno di poi, sembra quasi una profezia che si autoavvera. La discussione attuale, per certi versi surreale, su una Nato a trazione europea, è la conferma che il concetto di "morte cerebrale" non era poi così campato in aria.
Parallelamente, il dibattito sulla sicurezza si intreccia con scenari di conflitto asimmetrico e per procura, un tema caldo che vede protagonisti attori come l'Iran e le sue milizie alleate in Medio Oriente, da Hezbollah agli Houthi, passando per le varie fazioni in Iraq. Un mondo fatto di "proxy", per l'appunto, dove le linee del fronte sono labili e la deterrenza tradizionale fatica a trovare applicazione.
Un mondo in cui gli Stati Uniti, con la loro potenza di fuoco, giocano ancora un ruolo determinante, ma la cui affidabilità come alleato strategico viene sempre più messa in discussione da una parte dell'Europa che, forse, si sta rendendo conto che le piume del war dance non bastano a ripararsi dal temporale.




