Selvaggia Lucarelli condannata in appello per diffamazione: dovrà risarcire Claudio Foti con 25mila euro
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Redazione Interno
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La Corte d'Appello di Torino ha confermato la condanna nei confronti di Selvaggia Lucarelli, la quale dovrà risarcire con 25mila euro Claudio Foti. Lo psicologo, assolto in via definitiva nei procedimenti scaturiti dall'inchiesta sui presunti abusi nella vicenda di Bibbiano, era stato diffamato dalla giornalista e opinionista in un articolo pubblicato sul quotidiano Il Domani il 12 novembre 2021. Il titolo del pezzo incriminato, che è stato al centro di un lungo contenzioso giudiziario, era "La sentenza di Reggio Emilia.
Bibbiano, la condanna di Foti cancella il metodo degli ostetrici dei ricordi".
La sentenza di primo grado e il ricorso in appello
Già con il verdetto di primo grado, datato 21 gennaio 2025, il Tribunale aveva stabilito la responsabilità della scrittrice, condannandola al pagamento di una sanzione pecuniaria di 5mila euro, cifra che è stata successivamente confermata anche dai giudici di secondo grado. La decisione era stata impugnata dalla Lucarelli e dalla testata, i quali sostenevano che l'articolo in questione non facesse altro che esprimere opinioni e valutazioni su fatti di indubbio interesse pubblico, senza per questo alterare la verità sostanziale dei fatti riportati.
La difesa aveva contestato la decisione del Tribunale, la quale aveva ritenuto diffamatorie alcune associazioni tra fatti e giudizi, argomentando come la critica giornalistica possa essere aspra, offensiva e persino parziale, a patto che non oltrepassi i limiti della continenza, come invece era stato sostenuto in primo grado.
Le motivazioni dei giudici torinesi
I magistrati della terza sezione civile della Corte d'Appello torinese, tuttavia, hanno respinto le argomentazioni degli appellanti. Secondo quanto si legge nella sentenza, visionata dall'AGI, non è sostenibile la tesi secondo cui lo scopo dell'articolo fosse unicamente quello di "evidenziare come tutte le vicende in cui interveniva in qualche modo il dottor Foti o il suo metodo, fossero connotate da dolore e sofferenza dei protagonisti".
I giudici hanno piuttosto sottolineato come il pezzo offrisse una lettura "semplicistica e semplificante", volta a dimostrare come dietro a inchieste giudiziarie rivelatesi poi "sbagliate" vi fosse l'opera di Claudio Foti e del suo metodo.
La costruzione di un parallelismo consequenziale tra eventi veri ma scollegati è stata ritenuta l'elemento costitutivo della diffamazione: l'accostamento di tragedie come suicidi e morti avvenute poco dopo l'assoluzione, fino alle devastanti conseguenze per i genitori che non hanno più rivisto i propri figli, è stato attribuito in maniera indimostrata proprio al metodo di Foti.
Il danno non patrimoniale e la "gogna mediatica"
Quanto al risarcimento del danno non patrimoniale, i giudici hanno accolto le tesi della difesa di Foti, evidenziando come lo psicoterapeuta abbia "ampiamente descritto le conseguenze lesive della pubblicazione diffamatoria", con pesanti ricadute sul piano relazionale e professionale, nonché su quello psicologico. L'impossibilità di difendersi dinanzi a un "tribunale mediatico" ha generato angoscia per l'esposizione a calunnie non contrastabili efficacemente con i normali strumenti legali.
A margine della pronuncia, l'avvocato Luca Bauccio, legale di Foti, ha parlato di una vera e propria "gogna mediatica" che ha trasformato persone innocenti in orchi e lupi, sottolineando come la giustizia italiana stia riscrivendo una vicenda alterata con grave danno per molti innocenti e come il giornalismo debba rispettare regole e limiti che nessuno può permettersi di ignorare.
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