Il ciclone Harry svela e minaccia: reperti fenici riaffiorano ma i siti di Nora e Bithia subiscono danni ingenti
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Redazione Interno
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Le violente mareggiate, ribattezzate dai media “ciclone Harry”, che hanno recentemente sconvolto il Mediterraneo, hanno scritto un capitolo duplice e contrastante nella storia archeologica della Sardegna. Se da un lato, infatti, la furia delle onde ha operato come uno scavo forzato, riportando alla luce, lungo la costa sud-occidentale presso Domus de Maria, straordinari reperti di epoca fenicia come anfore e strutture sepolcrali, dall’altro ha inflitto colpi severi a siti di inestimabile valore. La Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, dopo i sopralluoghi sollecitati dai comuni di Pula e Domus de Maria, non ha potuto che constatare una realtà di grave compromissione.
Un bilancio in chiaroscuro per il patrimonio costiero
L’azione del mare, la cui forza è stata definita eccezionale, ha eroso con violenza le porzioni dei siti più esposte, quelle a diretto contatto con la linea di costa. A Bithia, nel territorio di Domus de Maria, gli esperti parlano senza mezzi termini di “importanti danni e situazioni di emergenza”, evidenziando come l’antico insediamento, già fragile per sua natura, sia stato piegato dalla potenza del moto ondoso. Analoghe criticità sono state riscontrate a Nora, nel comune di Pula, la cui fascia costiera, specialmente nelle parti orientale e meridionali, ha subito – si legge nel report – “ingenti danni”.
La doppia faccia degli eventi estremi
Questi episodi climatici di intensità fuori dal comune pongono dunque una riflessione sulla vulnerabilità dei beni culturali lambiti dal mare, soggetti a un duplice rischio: quello dell’oblio, se coperti dai sedimenti, e quello della distruzione, se esposti all’energia erosiva degli elementi. Il caso della Sardegna, del resto, non è isolato, poiché analoghi fenomeni nel Mediterraneo, come quelli verificatisi sulle coste tunisine, stanno ridisegnando i contorni del patrimonio sommerso ed emerso. Il ritrovamento dei manufatti fenici, sebbene di per sé eccezionale, rappresenta l’effetto collaterale di un processo distruttivo che ha scalfito l’integrità di contesti archeologici consolidati.
La necessità di una strategia di salvaguardia
Il lavoro della Soprintendenza, a seguito di tali eventi, si concentra dunque su un duplice fronte: la documentazione e il recupero dei reperti riemersi, i quali, privati della protezione della sabbia, rischiano un degrado accelerato, e la valutazione tecnica degli interventi urgenti per mettere in sicurezza le aree danneggiate. La situazione richiede un approccio che, pur nella sua immediatezza operativa, consideri la crescente frequenza di simili fenomeni atmosferici, i quali impongono una riflessione strutturale sulle modalità di protezione e monitoraggio dei siti costieri. La storia, che il mare restituisce con una mano e minaccia di portare via con l’altra, chiede risposte che vadano oltre la semplice emergenza.




