Nayt, il sesto posto a Sanremo e il nuovo album “io Individuo”: il racconto di una generazione ponte tra rap e cantautorato

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il sesto posto nella classifica finale del Festival di Sanremo, un risultato che per molti sarebbe valso come un semplice piazzamento nella parte alta della graduatoria, ha per Nayt il sapore di una conferma inattesa. Perché l’artista romano, al secolo William Mezzanotte, si è presentato sul palco dell’Ariston con “Prima che”, un brano complesso nella struttura e spietato nella sincerità, lontano anni luce dalle formule collaudate che solitamente cercano il consenso immediato del pubblico televisivo. E invece quel pezzo, prodotto da Zef, è riuscito nell’impresa di farsi strada, premiando la scelta controcorrente di non snaturarsi, di mantenere intatta la propria identità artistica in un contesto, quello sanremese, storicamente poco incline ad accogliere il rap senza semplificazioni. Nayt, trentun anni e una carriera che conta ormai dieci album alle spalle, ha così consolidato il proprio ruolo di osservatore lucido, capace di attraversare i confini tra cantautorato, urban e una scrittura che non teme le parole difficili né le domande scomode.

A distanza di poche settimane dall’esperienza all’Ariston, Nayt riabbraccia il suo pubblico con “io Individuo”, il decimo disco di inediti che arriva a suggellare un percorso iniziato undici anni fa con il primo capitolo della trilogia “Raptus”. Tredici tracce, tra cui spiccano le collaborazioni con Elisa in “Stupido pensiero” – scritto insieme in studio fino alle tre di notte, con l’artista che definisce “maestra di vita e di musica” – e le citazioni di brani iconici come “Briciole” di Noemi in “L’astronauta” e “In Italia” di Fabri Fibra in “Ci nasci, ci muori”. La copertina, un quadro acrilico dipinto a mano dall’artista Ozy, riprende e reinterpreta “De Schimmel” (1992), uno scatto del fotografo tedesco Hannes Wallrafen, e racconta già visivamente la tensione che attraversa tutto il progetto: quella tra l’essere umano e gli spazi artificiali, tra l’identità e le sovrastrutture che la imprigionano.

L’individuo e la collettività, un dialogo tra generazioni nell’era del digitale

Il Titolo dell’album non è affatto casuale, e Nayt stesso ne spiega la genesi con la consapevolezza di chi si è accorto, scrivendo, che la parola “individuo” emergeva con insistenza quasi ossessiva. “È proprio per spostare l’attenzione su questa parola, su questo concetto qui e magari cercare anche di decostruire l’ego, quindi in questo caso l’io”, racconta l’artista, che nel titolo sceglie la maiuscola per “Individuo” e la minuscola per “io”, quasi a voler ribaltare le gerarchie consuete. Il disco interroga il rapporto tra l’individuo e la collettività, quelle difficoltà che emergono nel tentativo di sentirsi parte di qualcosa di più grande senza perdersi in un individualismo sfrenato che l’artista vede dominare i nostri tempi. Una riflessione che si fa anche politica, quando Nayt osserva come “in Italia è difficile restare, ma è difficile anche andarsene” perché “diventa sempre più un lusso per i ragazzi di oggi restare e riuscire a vivere decentemente, dignitosamente”. I numeri, del resto, raccontano una realtà ostica: stipendi fermi da anni e una statistica secondo cui per uscire dalla povertà servono cinque generazioni.

Ma c’è un altro tema che attraversa il disco, ed è quello della generazione ponte. Nayt si definisce così, lui che ha trentun anni e che, come spiega in più interviste, è cresciuto in quel limbo tra analogico e digitale: “Siamo cresciuti, cioè nati e cresciuti fino a un certo punto in uno spazio dove questo non c’era ancora”. Da bambino passava i pomeriggi in camera di sua madre, con il suo stereo e i suoi cd, un procedimento di fruizione della musica che oggi appare quasi archeologico. “La mia generazione, poi la mia in particolare – dice – ha una grande potenzialità per fare da ponte tra queste nuovissime generazioni che nascono con il telefono in mano e i nostri genitori e chi prima di loro, che invece si sono ritrovati ad un certo punto in questo mondo del digitale”. Non si tratta solo di tecnologia, precisa, ma di linguaggi, di tempi, di spazi e ritmi diversi che rendono complicato capire chi si è e come si sceglie.

Una scrittura che non teme le contraddizioni e un’identità artistica costruita mattone dopo mattone

Il percorso di Nayt, quello che lo ha portato oggi a calcare i palasport con il “Noi Individui Tour” in programma per novembre (con tappe a Bari, Padova, Milano, Roma e Napoli), è stato costruito con una lentezza che oggi appare una scelta di coerenza. “Mi sono sbattuto tanto proprio per un riconoscimento, al di là dei numeri, delle hit e del resto”, aveva raccontato nel 2024 in occasione dell’uscita di “Lettera Q”, l’album che lo aveva portato per la prima volta al primo posto della classifica FIMI. Una fatica che ha pagato, quella di non aver mai fatto “paraculate social, accordi di convenienza e altro”, e che oggi gli permette di sentirsi libero di esprimersi senza la pressione di dover per forza assecondare le logiche dell’industria. In “io Individuo”, Nayt continua a scavare nella propria interiorità, ma allarga lo sguardo a ciò che lo circonda: il rapporto con le donne – su cui dice che “tutta la società ha un problema nel modo in cui le racconta” –, le dinamiche dell’industria discografica, il peso delle aspettative.

Non mancano, nel disco, gli interludi che interrompono il flusso delle canzoni per lasciare spazio a voci altre: c’è quella di sua madre nel primo, e quella di un mentore, una figura importante con cui Nayt condivide riflessioni su devozione, contraddizioni e il culto dell’idolo. Proprio le contraddizioni, spiega l’artista, sono ciò che definisce gli individui e la società in cui vivono. Una consapevolezza che lo porta a guardare con distacco anche al proprio ruolo di artista esposto, a quella che definisce “una roba fisiologica” per cui la cultura finisce in mano agli artisti, eletti a salvatori o educatori in una società che sembra non investire abbastanza in strutture. Da qui la distanza da chi fa del successo un idolo da venerare: “Non mi piace stare in un meccanismo in cui l’artista diventa un pupazzo o un simbolo del successo”. E sul palco, in un’arena o in un palasport, promette che non sarà lui il protagonista, ma le canzoni e chi viene ad ascoltarle.

Sanremo e il tour nei palasport: il racconto di una stabilità conquistata sul campo

A novembre Nayt porterà “io Individuo” in giro per l’Italia, con un tour che lo vedrà per la prima volta protagonista nei palasport delle principali città. Un traguardo che arriva dopo oltre quindici anni di attività, durante i quali l’artista ha saputo costruire un rapporto solido con il proprio pubblico, fatto di scrittura diretta e di una sincerità che oggi, a distanza di tempo, paga i dividendi di una coerenza mai tradita. L’esperienza sanremese, del resto, ha rappresentato per lui la possibilità di sfruttare una finestra mediatica enorme senza dover per questo scendere a compromessi con la propria poetica. “Sono uscito molto felice, soddisfatto di essere riuscito a portare il mio, di aver potuto sfruttare un’opportunità come quella, portando il tipo di musica in cui credo”, racconta, sottolineando come un pezzo rap così complesso abbia ricevuto un riscontro forse senza precedenti nella storia recente del Festival.

Nel frattempo, Nayt ha dato il via a una serie di instore che lo porteranno in diverse città italiane, da Milano a Napoli, da Roma a Bologna, fino a Cagliari, Torino, Palermo, Catania e Bari. Un modo per mantenere quel contatto diretto con le persone che considera fondamentale, lui che teme di perdere “il contatto con le persone, con le loro gioie e con i loro problemi, perché voglio parlare degli altri e con gli altri”. E mentre si prepara a salire sui palchi più grandi, l’artista romano non smette di interrogarsi: su cosa significhi essere uomo oggi, su come si faccia a stare insieme in un tempo che spinge alla divisione, su come si possa essere se stessi senza perdersi nel rumore di fondo di una società sempre più ostile. “Come fai a scegliere, come fai a capire chi sei? È veramente difficile”, dice. E forse, proprio per questo, la sua musica continua a cercare, senza mai fermarsi.

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