Fedez contro Marracash e Ghali: la frattura nel rap dopo le vetrine distrutte a Milano

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La frattura che attraversa la scena rap italiana dopo i disordini di Milano ha trovato nel post di Fedez il suo punto di massima tensione. Mentre nelle strade del centro andavano in scena saccheggi e cariche di alleggerimento, con un bilancio di quattordici agenti feriti e trentadue arresti di cui ventitré minorenni, il rapper milanese ha affidato ai social una riflessione che non risparmia nessuno dei colleghi schierati a sostegno delle proteste.

Il bersaglio principale è Marracash, reo di aver scritto che con le buone maniere non si cambiano le cose, ma nel mirino finiscono anche coloro che, secondo Fedez, celebrano la rivolta salvo poi tornare in prima fila alle sfilate di lusso.

La contraddizione delle vetrine

Il ragionamento di Fedez parte da lontano, dalla parabola tipica del rap che porta dal niente all’esibizione degli status symbol, un percorso che dice di aver vissuto interamente sulla propria pelle. «Dentro le vetrine distrutte ci sono anche gli artisti che vi sostengono», è la frase che riassume la sua posizione, perché sono proprio i rapper a promuovere quell’idea di vita e di successo contro cui i giovanissimi manifestanti si scagliano.

La critica si fa poi più esplicita quando il cantante si rivolge a chi, dopo aver partecipato alla Prima della Scala e essersi fatto fotografare con il sindaco Giuseppe Sala, ora sostiene il saccheggio: «Perché hai deciso di addomesticarti in quel momento?», si chiede Fedez, sottolineando quella che ai suoi occhi appare come una convenienza opportunistica. Nel suo intervento non manca un avvertimento diretto ai ragazzi: «Non credete agli artisti ricchi che vi sostengono, non c’è nessun noi».

La difesa di Marracash e la condanna della violenza

La risposta del rapper della Barona non si è fatta attendere e ha preso la forma di un lungo sfogo sui social, accolto da una valanga di insulti che lui stesso ha detto di aspettarsi. «Ok, mi sono preso una vagonata di merda, ci sta», esordisce Marracash, chiarendo però un punto che considera centrale: non ha mai inneggiato alla violenza.

La sua tesi è che gli episodi di vandalismo, pur nella loro follia, siano il sintomo di un fallimento sociale di cui tutti portano responsabilità, e che sia riduttivo fermarsi a condannare il gesto senza interrogarsi su cosa spinga dei minorenni a coprirsi il volto e a rischiare il fermo in centro a Milano. Marracash respinge anche la retorica del «tu hai i soldi, non puoi parlare», sostenendo che il successo economico non cancelli il passato né impedisca di battersi per una società più equa.

Il distinguo di Ghali e il quadro delle proteste

Su un piano diverso si colloca l’intervento di Ghali, che alla Festa del Cinema di Roma ha scelto di spostare l’attenzione lontano dagli scontri. «Non distraiamoci, parliamo di chi sta manifestando pacificamente», ha dichiarato il cantante, aggiungendo che i giovani cercano risposte da tempo e che il loro disagio riguarda l’intero Paese, non soltanto le nuove generazioni. La sua posizione, pur condannando la violenza, invita a non usare gli episodi più gravi per oscurare le ragioni di chi scende in piazza senza vandalizzare.

Intanto il quadro milanese resta pesante: le mobilitazioni proclamate per i sabati successivi fanno temere nuove tensioni, mentre il governo ha convocato un vertice sulla sicurezza a Palazzo Chigi e studia l’ipotesi di un decreto legge per una stretta. Nel quadrilatero della moda diversi negozi di lusso hanno abbassato le serrande per precauzione, e la Procura ha chiesto la custodia cautelare in carcere per cinque maggiorenni accusati di aver partecipato alle violenze.

Il precedente di Frankie hi-nrg mc

A complicare il dibattito interno al rap era intervenuto, prima ancora che la polemica esplodesse, anche Frankie hi-nrg mc, decano del genere torinese. «Chi dice che è musica senza contenuti o che inneggia alla violenza, non lo ascolta», aveva affermato il rapper, respingendo le critiche a buon mercato che puntualmente colpiscono il movimento. La sua lettura, secondo cui il problema non risiede nel rap ma nella società, finisce per offrire un ulteriore tassello a una discussione che vede ora contrapposti due modi di intendere il ruolo dell’artista rispetto alla rabbia sociale.

Da un lato c’è chi, come Fedez, accusa i colleghi di alimentare un odio di classe che poi si ritorce contro le stesse vetrine in cui espongono i propri simboli; dall’altro c’è chi, come Marracash, rivendica la legittimità di nominare le diseguaglianze senza per questo essere considerato un fiancheggiatore dei saccheggi. In mezzo restano le strade del centro di Milano, con i vetri rotti e le serrande abbassate, e una generazione che continua a cercare risposte senza che il dibattito tra i suoi idoli sembri offrirne di univoche.

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