La croce celtica al Tg2 che non c'era, e la fretta delle opposizioni nel condannare il giornalista Romoli
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Redazione Interno
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Un bottoncino, una spilla, un distintivo: oggetti minuscoli, a volte, scatenano polemiche immense. È accaduto nei giorni scorsi al giornalista del Tg2 Andrea Romoli, finito nel mirino dei capigruppo di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Alleanza Verdi e Sinistra in commissione di Vigilanza Rai. La contestazione, seria e formalizzata in una nota congiunta, riguardava un presunto simbolo inequivocabilmente fascista, una croce celtica, che Romoli avrebbe esibito al collo o sul bavero durante un collegamento dalla Farnesina per l'edizione delle 20.30. Una accuse pesantissime, considerando il ruolo del servizio pubblico e la sensibilità storica del paese, che hanno innescato un meccanismo mediatico ormai consueto: la segnalazione social, la condivisione, la richiesta di intervento immediato da parte dei vertici aziendali. Ma c'è un dettaglio, e non di poco conto, che ha trasformato quella che sembrava una caccia al simbolo in un clamoroso abbaglio.
L’encomio per il Covid scambiato per un emblema del nazifascismo
Perché quel segno, quel fregio che i parlamentari dell’opposizione hanno letto come una provocazione neofascista, non era affatto una croce celtica. A sgomberare il campo da ogni equivoco è stato il Comitato di redazione del Tg2 con una nota secca e puntuale: la spilla indossata da Romoli è un’onorificenza militare, nello specifico un encomio solenne conferitogli nel 2021 per l’attività svolta durante la pandemia. Un riconoscimento ufficiale, firmato dalle Forze Operative Terrestri di Supporto, che premiava il suo impegno come capitano della Riserva Selezionata dell’Esercito in un ospedale da campo allestito a Cosenza. Un luogo, quello dell’emergenza sanitaria, dove il giornalista – come recita la motivazione – si era distinto per “altissimo e incondizionato senso del dovere” e per “straordinaria motivazione al lavoro”. Insomma, proprio ciò che i gruppi di centrosinistra hanno interpretato come un attentato alla memoria della Resistenza era un distintivo concesso per aver curato malati di Covid.
La reazione del sindacato e la difesa del cronista
Di fronte all’evidenza dei fatti, il sindacato Unirai non ha usato mezzi termini, parlando di ennesima fake news e sottolineando come sarebbe bastata una semplice ricerca su Google per evitare la figuraccia. Un rilievo che sposta l’attenzione sulla leggerezza con cui, talvolta, la classe politica maneggia strumenti delicati come le segnalazioni in Vigilanza, trasformando un dettaglio facilmente verificabile in un caso nazionale. Lo stesso Andrea Romoli, interpellato dal Giornale, si è detto incredulo e amareggiato, ricordando come quell’encomio rappresenti “la cosa più bella” che abbia fatto nella sua vita professionale, e che a conferirglielo fu un governo – guarda caso – guidato proprio da esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle.
La difesa del centrodestra e i precedenti del giornalista
Se da una parte le opposizioni hanno dovuto incassare lo scivolone, dall’altra non è mancata la reazione del centrodestra. Forza Italia, partito a cui apparteneva il padre di Romoli, l’ex sindaco di Gorizia Ettore Romoli, scomparso nel 2018, ha immediatamente espresso solidarietà al giornalista, parlando di un attacco “vergognoso e scomposto”. Il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri ha addirittura ironizzato sui “limiti della stupidità umana”, mentre il presidente dei deputati azzurri Paolo Barelli ha invitato i firmatari della nota a pubbliche scuse, magari corredate da un supporto psicologico. Non è la prima volta, peraltro, che il nome di Romoli finisce al centro dell’attenzione per il suo lavoro: nel gennaio del 2024, mentre realizzava un servizio sulle foibe in Slovenia insieme ad alcuni speleologi, i mezzi della sua troupe vennero vandalizzati da ignoti che sfondarono il parabrezza dell’auto con il marchio Rai, un episodio che il sindacato Unirai definì allora come un atto intimidatorio. Un precedente che rende ancora più paradossale l’accusa odierna. E mentre la polemica politica si sgonfia, rimane sul tavolo la decisione del cronista di tutelare la propria reputazione in sede giudiziaria, come già annunciato dal Cdr.




