Le partecipate dello Stato, un pilastro da 312 miliardi che guida l'economia italiana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un blocco di aziende, quarantacinque per l'esattezza, le cui dimensioni economiche e occupazionali trascendono la semplice nozione di comparto pubblico per configurarsi come una vera e propria colonna portante del sistema-Paese. È quanto emerge, con la consueta meticolosità analitica, dalla settima edizione del “Rapporto sui bilanci delle Società partecipate dallo Stato” curato dal Centro Studi CoMar, che restituisce l'immagine di un capitalismo di Stato non solo vitale ma in piena espansione. Nel corso del 2024, infatti, il perimetro delle società controllate dal Ministero dell'Economia e delle Finanze ha generato un giro d'affari consolidato di 312,2 miliardi di euro, una cifra che, rapportata al Prodotto Interno Lordo nazionale, ne rappresenta una fetta pari al 14,2 per cento. Un dato, questo, che da solo basterebbe a illustrarne il peso specifico, il quale si rafforza ulteriormente considerando gli utili, attestatisi a 16,3 miliardi, e la forza lavoro impiegata, che supera per la prima volta la soglia simbolica del mezzo milione di dipendenti, raggiungendo le 520.487 unità.

Il motore energetico e la diversificazione strategica

A trainare questo imponente aggregato, come del resto accade da diversi anni, è il settore dell'energia, che da solo contribuisce a oltre il settanta per cento del fatturato complessivo. Una predominanza che, se da un lato evidenzia la centralità di questo comparto per gli equilibri finanziari delle partecipate, dall'altro non deve far passare in secondo piano la rilevanza strategica degli altri ambiti in cui lo Stato esercita un controllo diretto. Si tratta di reti, trasporti, telecomunicazioni e difesa, settori che, seppur con volumi di ricavo differenti, costituiscono infrastrutture critiche per la competitività e la sicurezza nazionale, rappresentando spesso quei "rami" dell'economia dove gli investimenti privati, per loro natura, faticano a penetrare con la stessa intensità e lungimiranza.

Oltre i numeri: il ruolo sistemico e le implicazioni

La lettura del rapporto, tuttavia, invita a guardare oltre la pura quantificazione finanziaria, per cogliere la natura profondamente sistemica di queste realtà. Queste aziende, infatti, non si limitano a produrre utili e a garantire posti di lavoro – sebbene questi siano elementi di assoluto rilievo – ma disegnano quella che può essere definita una "filigrana" dell'intera economia, influenzandone gli indirizzi di sviluppo e stabilizzandone, in molti casi, le dinamiche più volatili. La loro azione, perciò, si irradia ben oltre i confini dei bilanci consolidati, toccando la vita quotidiana dei cittadini e la capacità produttiva delle imprese private, che di quelle reti e di quei servizi sono spesso fruitrici indispensabili. È un intreccio complesso, dove la redditività deve necessariamente conciliarsi con obiettivi di interesse collettivo, in un equilibrio continuo tra logica di mercato e missione pubblica.

La fotografia di un capitalismo pubblico radicato

La fotografia scattata dal Centro Studi diretto da Massimo Rossi non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il capitalismo pubblico italiano, nonostante i cicli economici e le diverse fasi politiche, mantiene una solidità e una pervasività difficilmente eguagliabili in altre economie occidentali. I numeri, del resto, parlano in modo inequivocabile di un aggregato che, se fosse un'unica entità, rappresenterebbe uno dei maggiori gruppi industriali a livello continentale. La sua evoluzione, che il rapporto monitora annualmente, costituisce dunque un termometro affidabile non solo della salute finanziaria dello Stato investitore, ma più in generale della tenuta e della direzione di marcia dell'intero apparato produttivo nazionale, del quale le partecipate continuano a essere un motore essenziale, forse insostituibile.

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