Russia, Lukoil cede i suoi asset esteri a Gunvor mentre le sanzioni stringono la morsa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La decisione di Lukoil, uno dei colossi energetici russi, di vendere la gran parte delle sue attività al di fuori dei confini nazionali al gruppo svizzero Gunvor rappresenta una svolta significativa nella complessa guerra economica innescata dalle sanzioni occidentali. Per la prima volta, un gigante del petrolio accetta di smantellare porzioni sostanziali del proprio impero industriale, un passo dettato non da strategia ma dalla necessità di sopravvivenza, dopo che le misure del Tesoro americano dello scorso 22 ottobre hanno preso di mira direttamente la compagnia e la sua concorrente Rosneft. Il Cremlino, di fronte alla minaccia concreta del congelamento di quegli asset preziosi, ha pertanto autorizzato la cessione, un atto che segna un ridimensionamento forzato della proiezione internazionale di un pilastro dell'economia russa.

L'embargo sotto pressione

Sullo sfondo di questa operazione, che alcuni osservatori definiscono epocale, si staglia la politica sempre più assertiva dell'amministrazione Trump, la quale, dopo aver rimandato per mesi diverse scadenze, ha ora lanciato un ultimatum più concreto. Il presidente americano ha infatti minacciato l'imposizione di sanzioni mirate proprio su Rosneft e Lukoil entro il 21 novembre, una mossa che avrebbe come condizione la disponibilità di Putin a sedersi al tavolo dei negoziati con l'intenzione seria di trattare un cessate il fuoco in Ucraina. Una partita, questa, che si gioca su più livelli, dove la diplomazia e la pressione economica si intrecciano inestricabilmente.

Gunvor, il partner svizzero

A raccogliere i frutti di questa situazione di costrizione è Gunvor, società di trading di materie prime con sede in Svizzera, che si appresta ad acquisire gli impianti della società russa. L'accordo, nato sotto la spinta delle contromisure americane, porta alla ribalta una compagnia che in passato è stata considerata molto vicina agli ambienti del potere a Mosca, un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di complessità all'intera vicenda. L'operazione, nelle sue dimensioni e nella sua natura, ridisegna i confini della geoeconomia del petrolio sanzionato, spostando il controllo di infrastrutture critiche da un attore russo a un intermediario globale con una lunga esperienza nel settore.

Le incognite del mercato globale

Mentre la pressione su Mosca cresce, permangono forti dubbi sull'efficacia finale di un embargo che risulta, per sua natura, imperfetto. I calcoli sugli eventuali danni per l'economia russa, che prevedono la perdita di miliardi di dollari di entrate mensili qualora venisse meno l'accesso ai mercati di Cina e India, si scontrano con la realtà politica. Pechino, da parte sua, ha già denunciato con veemenza quello che definisce un "bullismo unilaterale" e una "coercizione economica" da parte degli Stati Uniti, difendendo i propri acquisti di petrolio russo e promettendo, qualora i suoi interessi nazionali venissero danneggiati, di adottare contromisure decise. La partnership strategica tra Cina e Russia, nonostante i recenti incontri al vertice, appare solida, lasciando intendere che le vie per aggirare le restrizioni potrebbero essere molte più di quante se ne possano efficacemente bloccare.

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