Gerusalemme, migliaia di ebrei ultraortodossi in piazza contro la leva obbligatoria
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Redazione Esteri
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Decine di migliaia di ebrei ultraortodossi, un mare di abiti neri tradizionali che gli organizzatori hanno quantificato in duecentomila unità, hanno riempito le strade di Gerusalemme in una protesta massiccia e compatta, la cosiddetta "Marcia di un milione di uomini", paralizzando di fatto il traffico nei pressi di uno degli ingressi principali della città. La loro mobilitazione, una delle più imponenti degli ultimi tempi, nasce da un profondo dissidio circa il servizio militare obbligatorio, una questione che, come un fiume carsico, periodicamente riemerge nel dibattito pubblico israeliano, mettendo a dura prova gli equilibri di governo. Essi, i quali tradizionalmente beneficiano di un'esenzione che i governi hanno finora periodicamente rinnovato, vedono nell'arruolamento forzato una minaccia diretta al loro stile di vita e allo studio intensivo della Torah, attività che considerano un pilastro altrettanto vitale per la nazione.
Il cuore della protesta
A innescare la vasta mobilitazione, organizzata dai principali gruppi di riferimento della società haredi, è stata la recente ondata di arresti di studenti di yeshiva, i quali sono accusati di aver eluso gli obblighi di leva. Questi episodi, che hanno scosso la popolazione ultraortodossa, sono percepiti come l'anticamera di un cambiamento di rotta che potrebbe erodere lo status quo, un fragile accordo che per decenni ha preservato la loro autonomia. La loro presenza in piazza, del resto, serve a ribadire con forza un principio non negoziabile: la dedizione allo studio della legge ebraica rappresenta, per loro, un contributo fondamentale alla sopravvivenza e all'identità dello Stato, un servizio alternativo a quello svolto in uniforme. Molti di loro, infatti, ritengono che l'immersione totale nello studio sia un dovere religioso che non può essere interrotto o compromesso dagli impegni militari.
Una sfida politica delicata
La protesta, con la sua capacità di mobilitare una folla così numerosa, getta un cono d'ombra sulla stabilità della coalizione di governo guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu, la quale include proprio formazioni politiche legate al mondo ultraortodosso. Il tema della coscrizione, da sempre spinoso, si trasforma così in un banco di prova delicatissimo, costringendo l'esecutivo a navigare tra le pressanti richieste di altri settori della società, che chiedono una maggiore equità nel carico del servizio nazionale, e le istanze intransigenti di un blocco elettorale cruciale. La mancanza di una legge chiara e definitiva che sancisca l'esenzione, di fatto, alimenta un conflitto che va ben al di là della semplice disputa giuridica, toccando i nervi scoperti dell'identità nazionale e del rapporto tra Stato e religione.
Le ripercussioni sull'assetto sociale
Oltre alle immediate conseguenze politiche, la vasta partecipazione alla marcia evidenzia una frattura profonda nel tessuto sociale israeliano, dove il differente approccio alla leva militare segna un solco sempre più visibile tra la componente ultraortodossa e il resto della popolazione. La determinazione con cui i manifestanti affermano il loro rifiuto categorico di prestare servizio lascia intendere che, su questo punto, non sono disposti a cedere, preparati a opporsi a qualsiasi tentativo di normalizzare la loro presenza nelle forze armate. Questo crea una situazione di stallo, nella quale le strade per una soluzione condivisa appaiono strette e irte di ostacoli, con il governo chiamato a un'operazione di bilanciamento quasi impossibile tra due visioni del paese difficilmente conciliabili.




