Il sequestro di Etnaland, nel catanese: rifiuti incendiati e seppelliti, mancava il depuratore
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Redazione Interno
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La notizia è rimbalzata con la forza di un’onda anomala in un inizio di febbraio che nulla lasciava presagire, eppure gli atti depositati in Procura raccontano una vicenda che — particolare dopo particolare — assume i contorni di un’inchiesta complessa, maturata nell’arco di quasi quattro anni. Il parco acquatico Etnaland, una delle realtà turistiche e ricreative più estese e frequentate dell’intero Meridione, sito in contrada Valcorrente a Belpasso, nell’hinterland etneo, è finito sotto sequestro. Il provvedimento, emesso dal Giudice per le indagini preliminari di Catania lo scorso 23 gennaio, è stato materialmente eseguito dagli uomini e dalle donne della Capitaneria di Porto — Guardia Costiera di Catania, nucleo operativo di polizia ambientale, sotto il coordinamento della Procura etnea. I sigilli non riguardano soltanto le attrazioni, le piscine e le aree tematiche — che da venticinque anni scandiscono le estati di centinaia di migliaia di visitatori — ma anche un appezzamento di terreno limitrofo, trasformato, secondo l’ipotesi accusatoria, in una vera e propria discarica abusiva.
L’innesco delle indagini e la scoperta della discarica
A far scattare le verifiche, nell’agosto del 2022, non fu una denuncia formale, bensì l’occhio allenato dei militari durante un sorvolo di controllo del territorio: dall’alto, in un’area adiacente al parco, furono notati scavi di dimensioni tutt’altro che modeste e, al loro interno, cumuli sospetti. Da lì partì un’attività di videosorveglianza costante e prolungata, i cui esiti, messi nero su bianco nelle carte inquirenti, descrivono una prassi che si sarebbe ripetuta con cadenza quasi quotidiana. Secondo quanto ricostruito, dipendenti o comunque incaricati della struttura — riconducibile all’imprenditore Francesco Andrea Russello, presidente del consiglio di amministrazione — avrebbero trasportato ogni pomeriggio i rifiuti prodotti all’interno del parco, i quali venivano raccolti con una differenziazione soltanto parziale, nei terreni adiacenti. Ma l’attività non si fermava al mero accumulo: nel corso delle ore notturne, quel materiale veniva sistematicamente dato alle fiamme e quindi sepolto, letteralmente “tombato”, all’interno di buche appositamente realizzate. Terreni che, come emerso dalle visure catastali, risultano classificati come seminativi e che, pertanto, non avrebbero mai potuto essere adibiti a simile funzione.
Un sistema carente e l’assenza di titoli autorizzativi
Parallelamente alla scoperta della discarica, il lavoro investigativo ha permesso di accertare — e qui la posizione della società si fa oggettivamente più complessa — come l’intera struttura ricettiva di Etnaland fosse, di fatto, priva di un adeguato impianto di depurazione. Un’assenza, questa, che stride con i continui ampliamenti che il parco ha subìto dalla sua apertura ufficiale, avvenuta nel 2001, e che invece avrebbe richiesto investimenti proporzionali alla crescita esponenziale dei flussi e delle volumetrie. La società, si legge negli atti, risultava in possesso di una semplice autorizzazione allo scarico, un provvedimento rilasciato dal Comune di Belpasso la cui validità era tuttavia spirata nel 2019. Alla scadenza non è seguito alcun rinnovo, né tantomeno è stata avviata — quantomeno formalmente — una procedura per adeguare l’autorizzazione ai mutati volumi della struttura; un’inerzia che, per i magistrati, assume rilevanza penale.
Il decreto e le prescrizioni imposte dal Gip
Il decreto di sequestro preventivo, firmato dal Gip lo scorso 23 gennaio, non si limita a cristallizzare la situazione attraverso l’apposizione dei sigilli. Il giudice, recependo la richiesta dei pubblici ministeri, ha infatti impartito una serie di “stringenti prescrizioni” rivolte alla società proprietaria. Non si tratta, dunque, di una misura esclusivamente afflittiva, ma anche e soprattutto di un meccanismo volto a spingere l’azienda verso una rapida e radicale riconversione delle proprie politiche di gestione ambientale; una sorta di diffida accompagnata dalla forza coercitiva della legge. I tempi tecnici per l’adeguamento e la quantificazione puntuale del danno ambientale provocato — si parla di mille metri cubi di rifiuti solidi urbani già sequestrati — restano al momento in fase di accertamento peritale. Nel frattempo, la Procura di Catania, con il procuratore Francesco Curcio e il contrammiraglio Raffaele Macauda, direttore marittimo della Sicilia orientale, ha già illustrato i capisaldi dell’inchiesta alla stampa, convocata nella mattinata di oggi al Palazzo di Giustizia etneo.




