Il sequestro di Etnaland, tra rifiuti incendiati e l’assenza del depuratore: le carte dell’inchiesta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura della Repubblica di Catania, attraverso il lavoro del nucleo operativo di polizia ambientale della Guardia Costiera, ha ricostruito quello che definisce un sistema metodico di smaltimento illecito: i rifiuti prodotti quotidianamente dal parco acquatico – una delle mete turistiche più frequentate della Sicilia, capace di attrarre centinaia di migliaia di visitatori ogni anno – venivano raccolti al termine della giornata, trasportati in un appezzamento di terreno contiguo alla struttura e lì, durante le ore notturne, dati alle fiamme per poi essere sepolti. Il provvedimento cautelare, firmato dal gip di Catania, non si è limitato al sequestro dell’area adibita a discarica abusiva – già nel 2022 i militari avevano posto sotto sequestro circa mille metri cubi di rifiuti e alcune attrezzature – ma si è esteso all’intera struttura di contrada Valle Allegra, a Belpasso, congelando di fatto l’operatività di un polo del divertimento attivo dal 2001. Le indagini, che gli inquirenti non hanno mai archiviato nonostante il tempo trascorso, si sono avvalse di sorvoli con elicotteri della Guardia Costiera e di serrati controlli di videosorveglianza; fu proprio l’osservazione aerea, qualche mese fa, a far emergere gli enormi scavi nel terreno adiacente e a riaccendere i riflettori su una vicenda che si credeva ormai archiviata -1-2-4.

I reati contestati e la posizione della società

Nel registro degli indagati, come confermato da fonti vicine all’inchiesta, è iscritto il nome dell’imprenditore Francesco Andrea Russello – figura legata alla gestione del parco – e della stessa Etnaland srl, chiamata a rispondere in qualità di ente giuridico. Le ipotesi di reato, formulate dai pm, spaziano dalla gestione non autorizzata di rifiuti – anche di natura speciale – alla combustione illecita, dall’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti fino al più grave reato di inquinamento ambientale. L’impianto accusatorio, al momento, poggia su un elemento ritenuto particolarmente significativo dal giudice per le indagini preliminari: la struttura, nonostante le dimensioni imponenti e il carico antropico che sopporta nei mesi estivi, non risulterebbe dotata di adeguati impianti di depurazione. La società, secondo quanto accertato, possedeva una semplice autorizzazione allo scarico rilasciata dal Comune di Belpasso, ma tale Titolo – che pure non avrebbe comunque consentito la gestione di rifiuti speciali – risultava formalmente scaduto nel 2019. Il gip, nell’accogliere la richiesta del sequestro preventivo, ha impartito prescrizioni stringenti all’impresa, delegando alla Capitaneria di porto – Guardia costiera di Catania il compito di vigilare sull’ottemperanza alle misure e sulle gravi carenze strutturali rilevate -4.

I sopralluoghi e il “cimitero” di scarti

La metodologia seguita dagli indagati, così come emerge dalle carte depositate, si caratterizzava per una precisa serialità. Gli accertamenti, condotti nell’agosto del 2025 ma collegati a un primo filone investigativo avviato tre anni prima, hanno documentato come, al termine di ogni giornata di apertura, alcuni addetti – la cui esatta posizione organizzativa è ancora al vaglio degli inquirenti – provvedessero a raccogliere i rifiuti accumulati nel parco, trasportandoli nell’area limitrofa. Qui venivano incanalati in buche precedentemente scavate, incendiati e infine ricoperti di terra. Un modus operandi che, nelle parole dei magistrati, ha trasformato un terreno a vocazione seminativa in una vera e propria discarica abusiva a cielo aperto, occultata ma costantemente alimentata. Il volume complessivo dei rifiuti sequestrati, quantificato in circa mille metri cubi, restituisce la dimensione industriale del fenomeno: non si trattò di episodi sporadici o di cattiva gestione temporanea, bensì di una prassi consolidata che avrebbe consentito al parco di operare per anni senza sostenere i costi – e gli oneri burocratici – dello smaltimento legale dei propri scarti -1-2.

Le dichiarazioni del procuratore Curcio

Nel corso della conferenza stampa convocata per illustrare i dettagli dell’operazione, il procuratore capo Francesco Curcio ha inteso chiarire la ratio dell’intervento giudiziario. «Non siamo intervenuti perché vogliamo fermare le attività economiche, che anzi ben vengano: il territorio ha bisogno di turismo», ha dichiarato il magistrato, sottolineando come l’obiettivo dell’inchiesta non sia la criminalizzazione dell’imprenditoria sana ma la repressione di condotte che, ove confermate, ledono beni collettivi primari. Curcio, che nei mesi scorsi aveva già affrontato dinanzi alla Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti le criticità del sistema di gestione e le difficoltà nell’accertamento degli illeciti ambientali, ha ribadito come la tutela dell’ecosistema costituisca un perimetro invalicabile. L’intera area oggetto di sequestro, comprensiva del terreno agricolo trasformato in discarica e del laghetto artificiale utilizzato – secondo l’ipotesi accusatoria – per sversamenti non autorizzati, rimane sotto la custodia giudiziale della Guardia Costiera, mentre la Procura procede nell’acquisizione di ulteriore documentazione tecnica e nella quantificazione precisa del danno ambientale arrecato -4-9.

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