Guerra in Iran, l’allarme dell’esperto sul petrolio a 200 dollari e la mossa dell’Italia con le scorte
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Redazione Economia
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La minaccia, esplicita e priva di ambiguità, lanciata da Teheran riguardo la possibilità di un’impennata del prezzo del petrolio fino a quota 200 dollari al barile non va interpretata come una mera iperbole retorica, bensì come uno scenario tutt’altro che peregrino. A sostenerlo è Francesco Sassi, professore di geopolitica dell’energia presso l’Università di Oslo, il quale, interpellato dall’Adnkronos, ha sottolineato come il monito iraniano possieda una concretezza superiore rispetto alle rassicurazioni che continuano a giungere dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dall’Agenzia internazionale dell’energia. La crisi in atto, innescata dal conflitto che vede coinvolto direttamente l’Iran e che ha già portato all’interruzione dei transiti nel vitale Stretto di Hormuz – attraverso cui transita una quota significativa dell’oro nero mondiale – presenta, secondo l’analisi dell’accademico, contorni di gravità ben più marcati rispetto a quella del 2022, successiva allo scoppio della guerra in Ucraina. Il blocco de facto della via d’acqua, con le navi mercantili che continuano a essere bersaglio di attacchi, sta determinando una strozzatura dell’offerta le cui ripercussioni sui listini potrebbero rivelarsi esplosive.
Di fronte a questa escalation e al conseguente balzo delle quotazioni, che hanno già superato la soglia psicologica dei cento dollari, i paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’energia hanno optato per una contromisura senza precedenti. I trentadue stati aderenti, riunitisi d’urgenza, hanno infatti dato il via libera al rilascio sul mercato di 400 milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche nazionali: un intervento di dimensioni colossali, che supera abbondantemente persino quello, già massiccio, da 182 milioni di barili deciso all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. L’obiettivo dichiarato è tentare di arginare la turbolenza dei mercati e calmierare un’escalation dei prezzi che rischia di avere effetti recessivi a catena sull’economia globale. In questo quadro di mobilitazione coordinata, l’Italia ha annunciato la propria partecipazione attraverso un comunicato ufficiale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Il nostro paese, come reso noto dal MASE, contribuirà all’iniziativa dell’AIE con un quantitativo pari a 9 milioni e 966 mila barili, una cifra che rappresenta all’incirca il 2,5% del totale dei barili messi in campo complessivamente dall’alleanza. Una quota, questa, che corrisponde a circa 1,605 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e che va a intaccare le scorte di emergenza nazionali, le quali, per ottemperare agli obblighi comunitari, ammontano attualmente a poco meno di dodici milioni di tonnellate, un volume sufficiente a coprire novanta giorni di importazioni nette. La decisione del governo, maturata nell’ambito dell’intesa raggiunta mercoledì dai ministri dell’energia dei paesi AIE, mira a fornire un segnale di stabilità, sebbene l’efficacia concreta di tale immissione straordinaria, in un contesto in cui l’offerta di intere regioni produttrici risulta di fatto congelata, sia tutta da verificare.




