Siria, gli Stati Uniti colpiscono oltre 70 obiettivi dell'Isis in rappresaglia per l'attacco di Palmira
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Redazione Esteri
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La rappresaglia annunciata, quella che il presidente Donald Trump aveva promesso a gran voce sui social network, si è concretizzata nella notte con una serie di raid aerei di notevole portata in diverse aree della Siria. Denominata "Operazione Hawkeye Strike", con un evidente riferimento allo stato di provenienza, l'Iowa, dei due militari uccisi, l'azione ha preso di mira infrastrutture e depositi di armi del sedicente Stato Islamico, colpendo più di settanta obiettivi grazie all'impiego coordinato di caccia, elicotteri d'attacco e artiglieria. I vertici militari americani, tra cui l'ammiraglio Brad Cooper del Comando Centrale, hanno sottolineato come l'operazione sia stata condotta con oltre cento munizioni di precisione e con il supporto attivo delle forze armate giordane, che hanno partecipato con i propri jet da combattimento.
Le motivazioni di una "dichiarazione di vendetta"
La scelta di sferrare un attacco così ampio trae origine diretta dall'episodio sanguinoso verificatosi il 13 dicembre a Palmira, dove un militante dell'Isis ha ucciso tre cittadini americani: due sergenti della Guardia Nazionale dell'Iowa e un interprete civile. Trump, definendo l'operazione una "ritorsione molto seria" e una "rappresaglia fortissima", ha avvertito che chiunque attacchi gli Stati Uniti verrà colpito "più duramente di quanto sia mai stato colpito prima". Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, dal canto suo, ha precisato la natura della risposta, scrivendo che "questo non è l'inizio di una guerra, ma una dichiarazione di vendetta", ribadendo la determinazione a difendere il proprio personale senza esitazione.
Il bilancio e il contesto regionale in evoluzione
Secondo quanto riportato dall'Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede a Londra, gli attacchi nella provincia di Deir Ezzor, nella Siria orientale, hanno causato la morte di almeno cinque membri dell'Isis, tra i quali figurava anche il leader di una cellula specializzata nell'uso di droni. L'operazione si inserisce in un quadro geopolitico profondamente mutato, che vede Damasco, dopo il cambio di regime, aver formalmente aderito alla coalizione internazionale contro il terrorismo e aver espresso il proprio impegno a combattere lo Stato Islamico. Il ministero degli Esteri siriano, pur senza commentare direttamente i raid americani, ha infatti ribadito il fermo proposito di impedire che l'Isis trovi "rifugi sicuri" sul territorio nazionale.
La rete di alleanze e le comunicazioni diplomatiche
L'ampiezza dell'operazione ha richiesto, come di consueto, una fitta rete di coordinamenti diplomatici e militari. Fonti dell'amministrazione Trump hanno riferito che Israele è stato informato in anticipo riguardo ai raid, un dettaglio che assume particolare rilievo alla luce del prossimo incontro tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. La partecipazione della Giordania, giustificata ufficialmente con la necessità di prevenire minacce alla sicurezza regionale, segnala come l'azione non sia stata un'iniziativa isolata ma abbia coinvolto partner chiave nell'area. Questi elementi, considerati nel loro insieme, delineano una risposta calibrata che unisce la dimostrazione di forza militare a una complessa gestione delle relazioni diplomatiche nel tormentato scacchiere mediorientale.




