Siria, raid anglo-francese sui tunnel dell'Isis vicino a Palmira

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre Donald Trump, rientrato alla Casa Bianca, ridisegna la geopolitica estera americana, gli alleati europei confermano la propria presenza militare in un Medio Oriente sempre più complesso. Nella serata di sabato 3 gennaio, infatti, i cieli sopra le aspre montagne a nord dell'antica Palmira, in Siria, sono stati solcati dai velivoli di due storiche potenze coloniali della regione: Regno Unito e Francia. L'obiettivo, come dichiarato dal segretario alla Difesa britannico John Healey, era una struttura sotterranea dello Stato Islamico, un tempo noto come Califfato e oggi ridotto a entità clandestina ma non per questo meno pericolosa. L'azione, definita di "leadership" da Londra, ha visto impiegate bombe guidate di precisione per colpire i tunnel di accesso a quello che viene descritto come un deposito di armi, un bersaglio scelto per "stroncare qualsiasi rinascita" dell'organizzazione jihadista e della sua violenta ideologia.

La dinamica dell'operazione congiunta

L'attacco, per il quale non sono stati diffusi bilanci sui possibili caduti, è stato un'operazione congiunta in piena regola. I caccia Typhoon FGR4 della Royal Air Force britannica, decollati per una missione di migliaia di chilometri e supportati da un aerocisterna Voyager per il rifornimento in volo, hanno agito di concerto con i velivoli dell'Armée de l'Air francese. La coordinazione, tecnica e politica, suggerisce un livello di cooperazione bilaterale che procede al di là delle fluttuazioni della politica interna dei due paesi, i quali hanno mantenuto una continuità operativa nella regione nonostante il passare degli anni e il mutare delle priorità globali. La scelta del sito, un'installazione scavata nella roccia nella provincia di Homs, riflette la natura elusiva della minaccia attuale: l'Isis, privato del suo territorio, sopravvive e si riorganizza proprio in tali rifugi ipogei, difficili da individuare e da neutralizzare.

Il contesto strategico regionale

La decisione di colpire in Siria centrale, in un'area non lontana dalle rovine romane di Palmira – simbolo stesso della barbarie iconoclasta del Califfato – arriva in un momento di grande fluidità strategica. La regione, già lacerata da conflitti pluriennali, deve infatti fare i conti con le nuove direttrici della presidenza Trump, le cui mosse in ambito internazionale sono osservate con attenzione e, in alcuni casi, con apprensione dagli alleati tradizionali. L'operazione anglo-francese può essere letta, in questo quadro, anche come un messaggio di determinazione autonoma, volto a dimostrare che l'impegno contro il terrorismo jihadista non conosce soste, a prescindere dagli orientamenti che potrebbero giungere da Washington. Non si tratta, ovviamente, di una campagna su vasta scala, ma di un'azione mirata che tuttavia tiene accesi i riflettori su una delle piaghe più profonde del secolo.

La guerra che non si è conclusa

Il raid del 3 gennaio, per quanto circoscritto, racconta una verità spesso rimossa dai titoli dei giornali: la guerra contro lo Stato Islamico non è mai davvero finita. Ha semplicemente cambiato forma, trasformandosi da uno scontro frontale per il controllo di città e province in una lotta di intelligence e di precisione contro cellule sparse e infrastrutture nascoste. Le dichiarazioni di Healey, che parlano esplicitamente di prevenire una "rinascita", indicano la percezione chiara, nei centri di comando europei, del rischio di una riorganizzazione su larga scala del gruppo. L'utilizzo del termine arabo "Daesh", carico di una connotazione dispregiativa nelle lingue locali, non è casuale e ribadisce la volontà di non concedere alcuna legittimità nemmeno nominale a un'entità che, sebbene ferita a morte, continua a rappresentare una minaccia latente per la stabilità di tutta l'area, come purtroppo ricordano, senza scendere in dettagli crudi, anche episodi di cronaca nera legati a ispirazioni ideologiche affini.

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