Il Regno Unito alza il tiro: la portaerei Prince of Wales in massima allerta per il Golfo
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Redazione Esteri
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Il conflitto in Medio Oriente, innescato dall’ondata di attacchi coordinati che hanno preso di mira il cuore del potere iraniano e che hanno portato alla conferma della morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, sta ridefinendo in tempo reale gli equilibri tra le potenze occidentali. Mentre la risposta di Teheran non si è fatta attendere, concretizzandosi in un lancio massiccio di droni e missili contro basi statunitensi e obiettivi in Israele, con proiettili che hanno persino raggiunto le piste dell’aeroporto di Dubai, la macchina bellica alleata si mette in moto. In questo scenario di tensione crescente, il Ministero della Difesa britannico ha compiuto un passo significativo, innalzando il livello di prontezza operativa della HMS Prince of Wales, la portaerei ammiraglia della Royal Navy, in vista di un suo possibile impiego nelle acque del Golfo Persico. La decisione, confermata da fonti militari e rilanciata dai media nazionali, suggerisce che Londra si stia preparando a un ruolo più attivo, o quanto meno a una presenza dissuasiva di maggiore rilievo, in una regione dove i propri interessi e cittadini sono ormai esposti al fuoco incrociato.
A complicare il quadro, già di per sé incandescente, si aggiungono le fibrillazioni diplomatiche all'interno dello stesso schieramento occidentale. Se il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso una campagna di bombardamenti "pesanti e precisi" finché il regime non cederà, la posizione del primo ministro britannico Keir Starmer appare in bilico tra la fedeltà all'alleato storico e la lezione imparata vent'anni fa nelle sabbie dell'Iraq. Il governo laburista, pur avendo concesso agli Stati Uniti l'utilizzo delle proprie basi per condurre attacchi "difensivi" contro i lanciamissili iraniani, continua a ripetere come un mantra che il Regno Unito non parteciperà ad azioni offensive. Tuttavia, questa linea legalista e apparentemente cauta è stata scalfita proprio dalle dichiarazioni del vicepremier e ministro della Giustizia, David Lammy. In un'intervista, Lammy ha aperto a uno scenario fino a ieri impensabile, affermando che la Royal Air Force avrebbe il diritto, in base al diritto internazionale, di colpire direttamente sul suolo iraniano quei siti missilistici da cui si teme possa partire un attacco contro i soldati o i cittadini britannici. Un'eventualità, questa, che il segretario alla Difesa John Healey non ha voluto escludere, parlando di un adattamento delle strategie all'evolversi del conflitto.
Il prezzo della rappresaglia e l’instabilità regionale
La risposta iraniana, come prevedibile, non si è limitata a un gesto simbolico. Fonti locali e analisi di esperti confermano che una pioggia di droni e missili ha preso di mira non solo Israele, ma anche installazioni militari americane sparse tra Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Le immagini satellitari diffuse nelle ultime ore raccontano la portata dei danni subiti dalle forze di Teheran: basi di droni spazzate via a Konarak, sistemi radar ridotti in macerie a Zahedan e, cosa più preoccupante per le capacità di deterrenza iraniana, i tunnel sotterranei della base missilistica di Tabriz, adibiti allo stoccaggio di vettori a lungo raggio, app appaiono completamente sventrati. La chiusura dell’aeroporto di Dubai, colpito direttamente, e le restrizioni del traffico aereo in mezza dozzina di Paesi hanno di fatto paralizzato una delle zone di transito più cruciali del pianeta, gettando nel caos migliaia di viaggiatori.
Mentre il conflitto si allarga a macchia d'olio, altri teatri di tensione registrano scosse di assestamento pericolose. In Libano, la base dei Caschi Blu ghanesi della missione UNIFIL è stata centrata da colpi di artiglieria nel corso degli scambi tra Israele e Hezbollah, causando il ferimento grave di due peacekeeper e il rogo della mensa ufficiali. Un episodio grave, che ha spinto il governo di Accra a sporgere formale protesta presso le Nazioni Unite, ricordando a tutte le parti belligeranti l'obbligo di rispettare l'incolumità del personale ONU. Parallelamente, la striscia di Gaza continua a mietere vittime tra i più vulnerabili. Nonostante le apparenze di una tregua, l’UNICEF ha lanciato l'allarme: dall'inizio dell'anno quasi duecento bambini sono rimasti uccisi dalle ostilità nella regione, un tributo di sangue che rende la prospettiva di una pace duratura un miraggio sempre più lontano.
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