Minneapolis, la paura degli agenti federali nella "Mogadiscio" americana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La vita, nel cuore del Minnesota, si è progressivamente trasformata in un incubo per molti dei suoi residenti, specialmente per coloro che costituiscono una delle più ampie comunità di origine somala negli Stati Uniti. L’atmosfera, già tesa, è divenuta irrespirabile dopo l’insediamento del presidente Donald Trump e la sua stretta senza precedenti in materia di immigrazione, una politica che ha dispiegato migliaia di uomini dell’Immigration and Customs Enforcement. Questi ultimi, operando con un mandato percepito come sempre più ampio e aggressivo, hanno instillato un terrore tale da paralizzare la quotidianità, svuotando persino le aule scolastiche. “La settimana scorsa in classe c’erano solo pochi alunni”, racconta una voce dall’interno della città, sottolineando come i genitori, temendo gli arresti, preferiscano ormai tenere i figli rinchiusi in casa, rinunciando a un diritto fondamentale come l’istruzione per un anelito ancor più primario: la sicurezza.

Dopo l'omicidio di Renée Good, le operazioni non si fermano

La tragedia che ha ulteriormente lacerato il tessuto sociale di Minneapolis, l’uccisione di Renée Good da parte di un agente durante un fermo, non ha prodotto, come ci si sarebbe forse attesi, una sospensione o una riflessione sulle modalità operative. Al contrario, a distanza di pochissimi giorni dal fatto, che ha provocato un moto di sdegno ben oltre i confini nazionali, gli agenti hanno proseguito le loro attività, apparentemente immutate. Un episodio, fra i tanti, è emerso con violenza attraverso i social network: le immagini di una donna trascinata con forza fuori dalla sua autovettura durante un controllo. Quelle sequenze, giunte a pochi giorni di distanza dalla morte di Good, hanno alimentato un sentimento di rabbia e di impotenza, mostrando come la prassi, fatta di interventi muscolari e arresti che molti definiscono sommari, proceda senza soluzione di continuità, noncurante del clima di paura che contribuisce a generare.

Il paragone con la Gestapo e il racconto di un'ex sindaca

La drammaticità della situazione ha spinto figure pubbliche, che conoscono a fondo la realtà della città, a utilizzare toni e paragoni estremi, quasi apocalittici. È il caso dell’ex sindaca Betsey Hodges, prima cittadina di Minneapolis per un intero mandato, la quale, in una conversazione telefonica, non ha esitato a lanciare un allarme chiaro e disturbante. “Trump sta creando una Gestapo americana”, ha dichiarato senza mezzi termini, riferendosi esplicitamente alle parole dello stesso presidente che ha parlato di un “esercito interno”. Hodges, tracciando un parallelo storico che lascia poco spazio all’interpretazione, ha equiparato l’operato dell’attuale governo federale a quello delle SS nella Germania nazista, evidenziando come l’obiettivo dichiarato sia quello di “molestare e perseguitare gli immigrati”. Un’accusa gravissima, che fotografa una percezione di autoritarismo e di persecuzione sistematica.

Il racconto dei media e il silenzio delle istituzioni

Servizi giornalistici, come quello realizzato da un canale all-news, hanno provato a mostrare al grande pubblico la quotidianità di questo terrore, inquadrando agenti armati fino ai denti mentre conducono quelle che appaiono come retate in piena regola. Le forze dell’ordine federali, dal canto loro, hanno difeso le proprie azioni, rilasciando ad esempio un video senza audio relativo all’omicidio di Renée Good nel tentativo di dimostrare che la donna avrebbe “ostacolato la polizia”. Questa narrazione, però, non basta a placare le proteste né a rassicurare una popolazione che si sente sotto assedio nel proprio stesso quartiere, in quella che è stata ribattezzata, non a caso, la “Mogadiscio di Minneapolis”. La tensione, quindi, rimane palpabile, un fuoco che cova sotto la cenere di una città ferita, mentre le operazioni proseguono, alimentando un circolo vizioso di paura e sfiducia nelle istituzioni.

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