Il caso Maldini, l'Italia e l'amichettismo: il racconto di So Foot sulla panchina azzurra
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Redazione Sport
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La nomina di Paolo Maldini come direttore tecnico della Nazionale aveva suscitato un grande entusiasmo, alimentato dalla carriera dirigenziale comunque positiva e dall’aura di leggenda che circonda l’ex capitano del Milan, ma già in quelle ore, scrive la rivista francese So Foot, si annidava il germe di una contraddizione tutta italiana: quella tra l’annuncio di una rottura con il passato e la tentazione, al primo ostacolo, di richiamare figure rassicuranti; ed è proprio su questo crinale che si gioca la partita più opaca, quella del nepotismo e delle relazioni di potere, che ha portato
Alla fine della "faida" interna e alla conseguente scelta di Roberto Mancini per la panchina azzurra.
Il nepotismo in Italia, prosegue l'analisi del magazine transalpino, è una storia lunga e complessa che non risparmia nemmeno il calcio, anzi, in questo sport ne trova forse la sua espressione più emblematica: da qui la critica affilata a un sistema che, secondo So Foot, preferisce sempre ripiegare su figure capaci di "rassicurare immediatamente tutti", piuttosto che reggere l'urto di un cambiamento autentico; e il caso della panchina dell'Italia, con il suo carosello di nomi, veti e controproposte, ne è diventato il teatro perfetto.
Mancini, Conte e il potere dei club
La scelta finale è caduta su Roberto Mancini, un tecnico di indubbio valore e dal curriculum vitae pesantissimo, ma la sua nomina non è stata né scontata né pacifica, perché a quanto pare i club di Serie A avrebbero preferito Antonio Conte, considerato forse un profilo più adatto a gestire lo spogliatoio e le pressioni immediate; eppure è stato proprio il candidato sostenuto da quelle stesse società, poi eletto presidente della FIGC grazie anche all'appoggio delle altre componenti federali, a decidere per Mancini, inserendo nel progetto anche la figura di Leonardo come collaboratore di
Maldini, quasi a voler compensare l'asse tecnico con una presenza di peso nel mondo del calcio internazionale.
Questa trama di potere e di relazioni incrociate, che mescola nomi, poltrone e strategie di controllo, è stata letta da So Foot come l'ennesima conferma di un sistema in cui le competenze passano in secondo piano rispetto alla fedeltà e alla capacità di muoversi nei corridoi giusti, e in questo contesto la figura di Maldini emerge come quella di un'anomalia, quasi un corpo estraneo in un panorama dominato dai "soliti italiani" che, come scrive il magazine francese, annunciano rotture per poi farsi prendere dal panico e richiamare all'ordine i vecchi equilibri.
L'intransigenza di Maldini e la rottura con il sistema
In un'Italia descritta come un paese di santi, poeti e navigatori ma anche di democristiani, berlusconiani, arrampicatori e poltronisti di professione, dove i pavidi inetti e i cortigiani leccaculo si alternano ai cerchiobottisti pronti a cambiare casacca al mutare del vento, Maldini rappresenta il rovescio della medaglia: quello che se ne frega della poltrona, che non si piega al compromesso e che, dopo il caso Pirlo, se ne va senza tentennamenti, senza cercare mediazioni o spazi di manovra, perché la sua coerenza, spesso raccontata come intransigenza fino al limite del carattere difficile,
Non ammette zone grigie.
Ma proprio questa intransigenza, che in tanti avevano esaltato come la dote migliore del nuovo dt, potrebbe essersi rivelata la causa della sua uscita di scena, perché nel calcio italiano, come nella politica e nella vita pubblica, chi non accetta il compromesso è destinato a restare isolato; e così, mentre Zazzaroni sottolineava che nessuno diceva la verità su Maldini e che tutti erano contenti tranne Mancini, la narrazione si è capovolta: non più il mito coerente e giusto, ma l'uomo che ha sbagliato i tempi e i modi, che ha puntato tutto su se stesso senza fare i conti con la realtà del
Sistema.
Il caso Pirlo e la fine di un'illusione
Il nodo della vicenda, che So Foot ha ricostruito con il suo sguardo straniero e disincantato, resta quello della scelta di Pirlo: Maldini non ha mai spiegato pubblicamente perché il regista bresciano sarebbe stato la scelta giusta, e questo silenzio è stato letto come un'ulteriore prova della sua distanza dal mondo del calcio che conta, un mondo fatto di chiacchiere, di dichiarazioni di circostanza e di accordi sottobanco; eppure, a ben vedere, il suo rifiuto di scendere a patti, di piegarsi alle logiche dell'amichettismo e delle raccomandazioni, è proprio ciò che rende la sua vicenda così
Emblematica di un paese che, per usare le parole della rivista francese, preferisce sempre e comunque le figure capaci di rassicurare immediatamente tutti.
Così, mentre l'entusiasmo di pochi giorni fa si è già spento e la panchina dell'Italia è passata a un altro tecnico, resta sullo sfondo la domanda che nessuno ha voluto porsi: se il problema fosse davvero Maldini e la sua intransigenza, oppure un sistema che non tollera chi non gioca secondo le sue regole, un sistema in cui l'amico dell'amico dell'amico conta più di qualsiasi competenza tecnica o carisma personale, e dove la parola "rottura" è solo un abito elegante indossato per l'occasione e subito riposto nell'armadio al primo segnale di tempesta.
Il calcio italiano, con le sue faide, i suoi nomi e le sue poltrone, resta lo specchio di un paese che fatica a cambiare, che annuncia rivoluzioni e poi si affida agli uomini di sempre, e la vicenda di Maldini – con la sua brevissima avventura da direttore tecnico e il suo altrettanto rapido addio – è diventata il simbolo di una contraddizione irrisolta: quella tra il desiderio di novità e la paura di perdere le sicurezze, tra la ricerca dell'uomo giusto e la tentazione di tornare sempre a quello che già conosciamo, magari perché ci rassicura e ci fa sentire al sicuro.
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