Naufragio del “Luigino” a Santa Maria Navarrese: due pescatori di Tortolì deceduti, un superstite tratto in salvo dallo “Zeus”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il mare dell’Ogliastra, un tratto di costa orientale sarda noto per la sua bellezza selvaggia e i fondali che precipitano rapidamente sino a quote considerevoli — duecento metri nel punto esatto del sinistro — è stato teatro, nella tarda mattinata di oggi, di una tragedia della navigazione che ha stroncato la vita di due marinai. Il peschereccio “Luigino”, imbarcazione adibita alla pesca a strascico con porto di assegnazione ad Arbatax, è infatti colato a picco in circostanze ancora al vaglio degli inquirenti, complice un repentino e violento peggioramento delle condizioni meteomarine che ha sollevato onde imponenti e reso lo scenario operativo particolarmente insidioso per i soccorritori -5-8.

La dinamica esatta dell’affondamento rimane al momento oggetto di accertamento, sebbene la furia del mare, testimoniata dalle riprese video effettuate dagli stessi equipaggi della Guardia costiera, appaia quale elemento oggettivo di primaria rilevanza. Mentre l’imbarcazione cedeva alla forza degli elementi, un solo uomo è riuscito a trovare scampo: Antonio Lovicario, marinaio, è stato recuperato ancora in vita da un’altra motopesca, lo “Zeus”, di proprietà di Maurizio Morlè, il quale incrociava nelle vicinanze. L’intervento tempestivo di questo secondo natante ha permesso di strappare il superstite alle acque, trasportandolo poi al sicuro presso il porto di Arbatax. I soccorsi organizzati, con la motovedetta CP811 dell’Ufficio circondariale marittimo di Arbatax e un elicottero della quarta Sezione Volo della Guardia costiera decollato dalla base di Decimomannu, si sono trovati a dover operare in un contesto di estrema difficoltà, con il coordinamento affidato al Reparto Operativo di Cagliari nelle persone del comandante Matteo Caniglia -5.

Le vittime: il comandante e un marinaio, i corpi non ancora recuperati

Le due vite spezzate dalla furia del mare hanno ora un nome e un volto, appartenenti entrambi alla comunità di Tortolì, centro limitrofo al porto di Arbatax. Si tratta di Antonio Morlè, il quale ricopriva il ruolo di comandante del “Luigino”, e di Enrico Piras, marinaio imbarcato con lui. Una circostanza, questa, che aggiunge ulteriore strazio a una vicenda già drammatica, data la parentela che lega il comandante deceduto al proprietario del peschereccio salvatore, il fratello Maurizio, il quale ha visto il proprio mezzo trasformarsi in arca di salvezza per Lovicario mentre le onde restituivano, inesorabili, i segni di una fine ben più tragica per il congiunto -7. Il del comandante Morlè, stando a una prima ricostruzione, sarebbe andato a fondo con la propria imbarcazione, inghiottito dallo scafo ormai in procinto di adagiarsi sui fondali, mentre la salma del marinaio Piras è stata avvistata alla deriva, senza che al momento si sia potuto procedere al suo recupero; le ricerche, da parte dei mezzi della Capitaneria, sono in questo momento focalizzate proprio sul rintracciare e riportare a terra la salma, operazione resa particolarmente complessa dall’incessante moto ondoso.

Le operazioni di soccorso e il ruolo del peschereccio Zeus

Le comunicazioni diramate dalla Guardia costiera nel primo pomeriggio, pur confermando la drammaticità del bilancio, hanno chiarito la sequenza degli interventi. Il primo a intervenire, di fatto, non è stato un mezzo istituzionale bensì lo stesso “Zeus”, che navigava nelle acque antistanti Santa Maria Navarrese. È stato il suo equipaggio a issare a bordo il superstite, dimostrando come la solidarietà tra marinai — specialmente in un comprensorio ristretto come quello della marineria arbataxese — si traduca spesso in un immediato, spontaneo dispositivo di salvataggio prima ancora dell’arrivo delle unità specializzate -3-6. Successivamente, la macchina dei soccorsi statali si è dispiegata in forze, con la motovedetta CP811 che ha raggiunto l’area del naufragio e l’elicottero, decollato da Decimomannu, che ha sorvolato la zona perlustrando il tratto di mare circostante; nonostante l’impiego di mezzi aerei, la violenza delle onde e la scarsa visibilità hanno rallentato ciascuna delle delicate fasi di bonifica dell’area.

Un fondale di duecento metri e le condizioni del mare

Le operazioni di recupero, sia dello scafo inabissato che dei corpi delle vittime, si scontrano con un ostacolo naturale di non poco conto: la profondità del fondale, che nell’esatto punto del naufragio tocca i duecento metri, una distanza dalla superficie che impedisce qualunque tentativo di immersione autonoma e che richiederebbe, per un eventuale recupero del relitto, l’impiego di mezzi subacquei teleguidati o di navi attrezzate per la salvataggio in acque profonde -4-9. Le condizioni meteomarine avverse, con onde di notevole altezza e un vento che non accenna a diminuire d’intensità, hanno costretto i coordinatori a procedere con estrema cautela, privilegiando in questa prima fase la messa in sicurezza della navigazione e la ricerca del di Enrico Piras, ancora alla deriva. La tragedia del “Luigino” — un motopesca che fino a poche ore prima solcava quelle stesse acque — ha lasciato un segno indelebile nella marineria di Arbatax, privandola in un sol colpo di un comandante e di un marinaio, e gettando nello sconforto quanti, familiari e colleghi, attendono a terra notizie che, per due di loro, non potranno che essere di dolore.

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