Il tribunale di Palermo condanna lo Stato al risarcimento per la Sea Watch, e subito è scontro politico
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Redazione Interno
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Sette anni dopo quell’estate del 2019, quando le cronache si riempirono delle immagini della nave Sea Watch 3 ferma davanti al porto di Lampedusa e della determinazione della sua comandante, Carola Rackete, arriva ora una decisione giudiziaria che riapre una ferita mai del tutto rimarginata nel dibattito pubblico italiano. Il tribunale civile di Palermo, con una sentenza depositata in questi giorni, ha stabilito che il fermo amministrativo della nave, disposto all’epoca dalle autorità italiane a seguito dello sbarco forzato dei migranti soccorsi, fu illegittimo, condannando di conseguenza i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia, insieme alla prefettura di Agrigento, a risarcire l’organizzazione non governativa tedesca con una somma che ammonta a poco più di 76mila euro, cui vanno aggiunte le spese legali per circa 14mila euro, portando il totale a cifre vicine ai 90mila euro -1-2-7.
La vicenda, com’è noto, affonda le radici in quelle giornate di fine giugno del 2019, quando la Rackete, al comando della nave dell’ong, decise di forzare il blocco navale imposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, per consentire lo sbarco di 42 migranti che si trovavano a bordo da giorni, in condizioni di estremo disagio, dopo essere stati soccorsi nel Mediterraneo centrale -2-6. Un’azione, quella dell’attivista tedesca, che portò al suo arresto per resistenza a pubblico ufficiale e per aver speronato, durante le concitate manovre di attracco, una motovedetta della Guardia di Finanza, e che divise l’opinione pubblica tra chi la considerava una eroina e chi, invece, una trasgressrice della legge -1-2. Nei mesi successivi, però, la procura di Agrigento archiviò le accuse, riconoscendo che la comandante aveva agito in stato di necessità per adempiere all’obbligo, sancito dal diritto internazionale del mare, di portare in salvo i naufraghi in un porto sicuro, e il sequestro della nave venne sbloccato solo a dicembre del 2019 dopo un ricorso d’urgenza presentato dalla stessa ong -7-8.
Proprio su quei mesi di fermo, tra l’estate e la fine del 2019, si è ora concentrata l’analisi dei giudici palermitani. Il tribunale, in particolare, ha accolto la tesi di Sea Watch secondo cui la prefettura di Agrigento, dopo l’opposizione presentata dall’organizzazione al fermo, non aveva risposto nei termini di legge, e quel silenzio avrebbe dovuto equivalere a un’automatica cessazione del provvedimento in base al principio del silenzio assenso, cosa che invece non avvenne, prolungando ingiustamente il blocco dell’imbarcazione per tutto l’autunno e gravando l’ong di spese ingenti per il mantenimento della nave inattiva, come quelle portuali, di agenzia e per il carburante -1-7. Una pronuncia, questa, che arriva in un clima politico già rovente per via delle recenti polemiche sui centri per i migranti in Albania, e che ha immediatamente scatenato reazioni durissime da parte della maggioranza di governo, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che in un video pubblicato sui social ha parlato di una “decisione che lascia senza parole”, accusando una parte della magistratura di essere politicizzata e di voler ostacolare con ogni mezzo le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare volute dall’esecutivo -2-3.
La replica della ong e l’ombra del diritto internazionale
Di tutt’altro avviso, naturalmente, la stessa Sea Watch, che attraverso i suoi canali ufficiali e la voce della portavoce Giorgia Linardi ha accolto la sentenza come l’ennesima conferma di un principio ineludibile, ovvero che il dovere di soccorso in mare, sancito da convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto e ratificato, non può essere sacrificato da decreti o direttive politiche contingenti, e che quella che all’epoca veniva dipinta come arroganza non era altro che l’adempimento di un obbligo giuridico superiore -8-10. La stessa ong, peraltro, ha potuto registrare un altro successo giudiziario in contemporanea, con il tribunale di Catania che ha revocato il fermo di quindici giorni imposto a un’altra sua nave, la Sea Watch 5, la quale aveva soccorso diciotto migranti senza informare le autorità libiche, scelta motivata dall’organizzazione con le sistematiche violazioni dei diritti umani che avvengono nei centri di detenzione libici -4-5. Una coincidenza temporale che ha fatto parlare la Lega, in un post su X, di “continue provocazioni di alcuni giudici a favore di ong straniere” -5.
La complessa architettura normativa che regola i salvataggi in mare, e che vede intrecciarsi il diritto internazionale consuetudinario, le convenzioni Sar e di Amburgo e le leggi nazionali, torna così prepotentemente al centro del dibattito, mostrando tutte le contraddizioni di una gestione dell’immigrazione che prova a fare della chiusura dei porti il suo cavallo di battaglia -8. La sentenza di Palermo, nel dettaglio, non entra nel merito delle scelte politiche dell’epoca né tantomeno della condotta della comandante Rackete – che dopo l’archiviazione è stata eletta al Parlamento europeo per poi dimettersi – ma si limita a constatare un vizio formale, un mancato rispetto dei tempi burocratici che ha prodotto un danno economico per l’ong, eppure quel vizio, per quanto tecnico, finisce inevitabilmente per assumere i contorni di un nuovo, pesante mattone in quel muro di contrapposizione tra poteri dello Stato che da anni caratterizza il dibattito italiano su immigrazione e diritti -2-6. E mentre il governo annuncia nuovi e più stringenti “blocchi navali” per impedire le partenze, i giudici siciliani, con le loro decisioni, continuano a ricordare che il diritto del mare, per chi si trova in difficoltà, non può essere cancellato con un tratto di penna -1-10.




