Google e la lenta agonia di internet così come lo conosciamo
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Sono trascorsi appena due mesi dall’introduzione di AI Overview, la funzione di Google che posiziona in cima ai risultati di ricerca un riassunto generato automaticamente, e già allora si poteva intuire l’inizio di una trasformazione radicale. Quello che non era del tutto chiaro, in quella fase iniziale, era la rapidità con cui il colosso di Mountain View avrebbe accelerato il processo, compiendo un ulteriore passo verso una riconfigurazione profonda dell’ecosistema digitale. La cosiddetta "single question interface", che sostituisce la navigazione tradizionale con un semplice campo per interrogativi, promette di essere la prossima rivoluzione: un'interfaccia spoglia, dove l’utente, sempre meno incline alla lettura approfondita, ottiene risposte immediate senza dover esplorare siti o incrociare fonti diverse. Una pigrizia digitale, per molti versi comprensibile, che però rischia di appiattire la complessità dell’informazione e di svuotare progressivamente lo spazio web.
L'ultima cena del web: un addio silenzioso
Il web, così come è stato concepito e vissuto per decenni, sta vivendo una fase di declino che pochi sembrano realmente percepire o, forse, a cui pochi attribuiscono la necessaria importanza. Non si tratta di una fine improvvisa, annunciata da titoli catastrofisti, bensì di un’erosione lenta e costante, che avviene ogni volta che un utente affida a ChatGPT Atlas la propria curiosità, attiva Gemini integrato nel browser o si affida a Claude per un riassunto invece di affrontare la lettura integrale di un testo. È la fine di internet inteso come territorio di libera esplorazione, un luogo dove l’incontro con l’inatteso e la scoperta serendipitaria erano parte integrante dell’esperienza. Sta nascendo, al suo posto, un ambiente digitale completamente nuovo, dove tra l’individuo e la realtà si frappone sistematicamente un interprete algoritmico, un’intelligenza artificiale che, di fatto, filtra e decide quali elementi siano degni di essere considerati.
Il sorpasso dei bot: un panorama digitale sempre meno umano
A confermare questo mutamento epocale, contribuiscono anche i dati sul traffico online, i quali dipingono un quadro sempre più automatizzato. Negli ultimi anni, il tessuto connettivo della rete sta cambiando in modo silenzioso ma inesorabile: si registra un calo progressivo dei visitatori in carne e ossa, mentre il numero degli agenti digitali automatizzati, i cosiddetti bot, continua a crescere. Secondo gli ultimi rapporti internazionali, nel 2024 la percentuale di traffico generata da questi sistemi ha superato per la prima volta quella umana, attestandosi attorno al 51% del totale globale. Se si considera che nel 2019 i bot rappresentavano una quota ben più modesta, ferma al 37%, si comprende la portata di una crescita così vertiginosa, avvenuta nell’arco di un quinquennio. Un sorpasso, questo, che non è solo statistico ma che descrive una metamorfosi strutturale dell’ambiente digitale.
Un futuro di risposte senza domande?
La combinazione di questi due fenomeni – l’ascesa degli assistenti basati sull’intelligenza artificiale e il dominio quantitativo del traffico automatizzato – delinea una prospettiva inedita e per certi versi inquietante. Si sta passando da un modello in cui l’utente cercava attivamente, confrontava, e talvolta si perdeva nella ricchezza delle fonti, a un paradigma fondato sull’efficienza e sull’immediatezza della risposta. Questo nuovo modello, se da un lato appiana ostacoli e semplifica l’accesso a nozioni specifiche, dall’altro rischia di depauperare il valore della scoperta organica e del pensiero critico che nasce dal confronto tra diverse prospettive. La domanda che si pone, dunque, non è solo tecnologica ma culturale: cosa resterà di quel vasto, caotico e creativo agorà globale quando l’intermediazione algoritmica sarà diventata la norma assoluta?




