Il premier spagnolo Sánchez: “La guerra in Medio Oriente è molto peggiore del conflitto in Iraq”
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Redazione Esteri
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Alla tribuna del Congresso spagnolo, Pedro Sánchez ha voluto mettere in chiaro un punto che, a suo giudizio, sfugge a molti quando si parla della crisi in Medio Oriente. La fotografia, cioè, che si tende a sovrapporre a quella, ormai lontana, del 2003. “Non si tratta dello stesso scenario di guerra illegale in Iraq”, ha scandito il premier iberico, per poi subito aggiungere una considerazione che sembra voler ridisegnare i confini dell’allarme: “Ci troviamo davanti a un disastro molto peggiore, con un potenziale impatto molto più ampio e profondo”.
Nel suo intervento, Sánchez ha voluto fornire un dato concreto per rendere l’idea delle proporzioni che assumeva allora il conflitto – trecentomila vittime e oltre cinque milioni di sfollati – salvo poi sottolineare come, nonostante quei numeri, il presente sia destinato a superarli in gravità. La differenza, a suo avviso, risiede nella natura stessa del nemico e nella sua preparazione: l’Iran, a differenza dell’Iraq di Saddam Hussein, è una potenza militare che da quarant’anni si prepara a una guerra come questa. Una potenza, ha lasciato intendere il premier, dotata di infrastrutture, alleanze e una profondità strategica che nel 2003 non era stata messa in conto.
L’onda lunga della guerra che arriva ai distributori
Questo momento storico è teso, non c’è bisogno di girarci intorno. Le tensioni geopolitiche internazionali, alimentate dal conflitto in atto in Medio Oriente, gravano come una nuvola carica di tempesta sul costo della vita in Occidente. Il prezzo del carburante è diventato il nuovo termometro dell’inquietudine sociale, e in Italia lo stiamo verificando giorno dopo giorno. Non solo da noi la questione del rincaro dei carburanti tiene banco, ma in tutta Europa è così.
La Spagna, in questo quadro, ha assunto una posizione che agli osservatori appare quasi controcorrente rispetto ai vicini europei. Madrid ha scelto di ridurre l’Iva sui carburanti portandola dal 21 al 10 per cento, una mossa fiscale che ha trasformato i distributori iberici in un’attrattiva oltre i propri confini. L’effetto è stato immediato e, per certi versi, clamoroso: automobilisti provenienti dalla Francia e dal Portogallo attraversano la frontiera non per turismo culturale, ma per quello che ormai viene definito “turismo del pieno”.
Il ‘turismo del pieno’ e i numeri di un esodo silenzioso
Su un pieno di carburante, il risparmio può superare i venti euro, una cifra che per molte famiese non è affatto trascurabile. Così, lungo le arterie di confine, si è assistito a un viavai incessante di targhe straniere dirette verso le stazioni di servizio spagnole. Un fenomeno che il governo di Madrid ha in parte calcolato, ma che restituisce l’immagine di un’Europa sempre più frammentata nelle risposte alla crisi energetica, mentre la tensione internazionale continua a tenere il prezzo del petrolio sotto scacco.
Le code ai distributori nelle regioni di frontiera – in Catalogna, in Estremadura, nel País Vasco – raccontano una storia che non ha bisogno di numeri per essere compresa. Le politiche nazionali, in assenza di un coordinamento europeo, creano distorsioni che gli automobilisti sfruttano con la logica ferrea del risparmio domestico. E se da un lato Madrid incassa il gettito di un consumo inaspettato, dall’altro cresce il malcontento tra i piccoli esercenti francesi e portoghesi che vedono sgonfiarsi il proprio bacino di utenza.
Uno scenario peggiore, un’Europa a due velocità
Tornando alle parole di Sánchez, il collegamento tra il conflitto e queste dinamiche quotidiane non è mai stato così diretto. Quando il premier spagnolo parla di un “impatto molto più ampio e profondo” rispetto alla guerra in Iraq, non si riferisce solo ai fronti militari, ma anche a questa capacità di infiltrazione nella vita economica degli Stati. L’Iraq, per quanto devastante, fu un conflitto circoscritto a un paese; oggi il teatro si allarga, coinvolgendo una potenza regionale come l’Iran con la sua lunga scia di influenza e con una capacità di incidere sulle rotte energetiche che allora non esisteva con questa intensità.
In questo quadro, la scelta spagnola di alleggerire la fiscalità sulla benzina e sul diesel appare come un argine, una sorta di cuscinetto per assorbire la pressione che arriva dai mercati internazionali. È una mossa che altri Paesi guardano con interesse, ma che pochi hanno finora imitato per timore di smantellare le proprie casse pubbliche. E mentre la guerra prosegue, senza che si intravedano soluzioni diplomatiche immediate, l’Europa resta sospesa tra la necessità di sostenere i consumi e l’urgenza di non alimentare deficit insostenibili.




