La notte magica di Valverde stende il City, ma l’attenzione è tutta sul digiuno di Haaland e sull’arbitro Mariani

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La sfida di lusso degli ottavi di Champions League, quella che metteva di fronte al Santiago Bernabéu il Real Madrid e il Manchester City, si è trasformata in un palcoscenico solitario per Federico Valverde. Il centrocampista uruguaiano, e non è un dettaglio da poco vista la sua consueta vocazione di interdittore, ha letteralmente demolito la squadra di Pep Guardiola siglando una tripletta nei primi quarantacinque minuti, una perla statistica che lo incorona come primo giocatore nella storia del club spagnolo a riuscirci in questa fase della competizione. Una partita, quella diretta dall’italiano Maurizio Mariani con polso fermo e senza mai la necessità di ricorrere al monitor, che ha riacceso i riflettori, però, non solo sull’eccezionale prova dell’ex Cagliari ma anche su due facce della stessa medaglia: da un lato l’ennesima prova di maturità arbitrale di Mariani, dall’altro il momento no di Erling Haaland, il centravanti norvegese che sta vivendo una delle fasi più magre della sua prolificissima carriera.

L’arbitro Mariani e l’enigma Haaland: i due volti della serata madrilena

Per Maurizio Mariani, fischietto romano di 44 anni, la serata spagnola rappresenta una consacrazione definitiva. In un’annata in cui in Italia le sue prestazioni sono state spesso oggetto di dibattito e di critiche talvolta feroci, la direzione del match al Bernabéu ha mostrato un’autorevolezza e una sicurezza che hanno spiazzato anche i giocatori più esperti. Nonostante l’intensità altissima e la pressione di uno stadio intero, Mariani ha concesso pochissimi falli, ha lasciato correre con intelligenza e, soprattutto, ha azzeccato le letture in una partita che avrebbe potuto facilmente sfuggirgli di mano. La gestione del rigore concesso a Vinicius Junior, poi parato da Gianluigi Donnarumma, e del successivo battibecco con lo stesso portiere italiano, è stata esemplare nella sua semplicità: nessuna esitazione, nessuna ricerca della moviola in campo, solo la forza delle proprie convinzioni. Un segnale chiaro, questo, che la caratura internazionale del direttore di gara non è in discussione, al di là delle turbolenze del campionato nazionale.

Se dalla parte madrilena tutto è filato liscio, dall’altra parte della barricata il bicchiere appare quantomeno mezzo vuoto. La disfatta per 3-0, che complica non poco il cammino degli inglesi verso i quarti, rischia di passare in secondo piano rispetto all’ennesima partita storta del suo bomber di punta. Erling Haaland non segna da un mese, un digiuno che inizia a pesare come un macigno sulle manovre offensive dei citizens. I numeri parlano chiaro: l’attaccante, che nelle ultime sei presenze tra tutte le competizioni ha realizzato una sola rete, è parso un estraneo al gioco, e contro il Real Madrid, in una serata in cui avrebbe dovuto trascinare la squadra, è letteralmente sparito dal campo. C’è chi, come alcuni osservatori presenti al Bernabéu, ha sottolineato come i suoi stessi compagni, forse in un eccesso di zelo o in una mancanza di intesa, gli abbiano involontariamente chiuso gli spazi, impedendogli di ricevere palloni in condizioni favorevoli. Una situazione paradossale, che evidenzia una certa confusione tattica e forse anche psicologica all’interno dello spogliatoio di Guardiola.

L’assenza di Kylian Mbappé, infortunato, non si è sentita per nulla, complice l’esplosione di Valverde, capace di trasformarsi in goleador implacabile. Il primo gol, nato da un rilancio lungo di Thibaut Courtois, ha colto di sorpresa Donnarumma, incerto nell’uscita. Il secondo, un diagonale preciso, e il terzo, una perla al volo dopo un sombrero aerea sul difensore Guehi, hanno spento ogni residua speranza degli ospiti. Una tripletta da 22 minuti, dal 20′ al 42′, che ha riscritto la storia personale del giocatore, fin lì abituato a ben altre mansioni. Il secondo tempo, con il rigore fallito da Vinicius, non ha fatto altro che certificare l’implosione del City e l’esplosione di un Real Madrid che, nonostante le assenze, ha ritrovato in un centrocampista il suo terminale offensivo più letale. Una serata che, al di là del risultato pesante, consegna agli archivi una prestazione corale di livello assoluto e, per i campioni d’Inghilterra, l’amaro in bocca per un’occasione forse già compromessa.

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