Iran, raid missilistico sulla portaerei Usa Abraham Lincoln: Teheran rivendica l’attacco nel Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Teheran ha rivendicato nella giornata di ieri un’azione militare diretta contro la portaerei statunitense Abraham Lincoln, un’unità navale considerata il perno della presenza della flotta americana in Medio Oriente. L’annuncio, diffuso dalle agenzie di stampa Fars e Mehr, cita fonti dell’Ufficio stampa dell’Esercito iraniano e descrive un’operazione condotta con missili da crociera costieri denominati “Qadir”. Secondo la versione ufficiale fornita da Teheran, il gruppo d’attacco della portaerei sarebbe stato costretto a modificare la propria posizione in mare a seguito dell’impatto dei sistemi d’arma, impiegati dalla Marina della Repubblica islamica in quella che viene descritta come una risposta alla presenza “ostile” nel Golfo Persico. Il contrammiraglio Shahram Irani, comandante delle forze navali iraniane, ha dichiarato che i movimenti del gruppo navale americano sono costantemente monitorati e che ulteriori attacchi sono pronti a scattare non appena le unità nemiche entreranno nuovamente nel raggio d’azione dei sistemi missilistici.

La notizia del presunto attacco giunge mentre il conflitto in Medio Oriente, iniziato quasi un mese fa con l’operazione militare statunitense denominata Epic Fury, continua a mostrare segni di escalation, senza soluzione di continuità. Le dichiarazioni pubbliche del presidente americano Donald Trump, che ha fatto sapere di essere in contatto con i mediatori per una possibile via d’uscita dalla crisi, sembrano per ora cozzare contro la realtà dei fatti sul campo. Anche nella notte scorsa, infatti, vi sono stati nuovi lanci di droni e missili da parte iraniana verso le regioni del Golfo e verso Israele, segno evidente che la tregua rimane lontana. A complicare ulteriormente il quadro strategico, il Pentagono ha confermato l’invio di altri duemila paracadutisti, appartenenti alla 82ª Divisione Aviotrasportata, che andranno a rafforzare le capacità operative americane nella regione, aggiungendosi ai circa 4.500 marines già in rotta verso l’area.

Le frizioni diplomatiche e il rifiuto della “proposta eccessiva”

Sul fronte diplomatico, la frattura tra Washington e Teheran appare incolmabile. Mentre il Pentagono potenzia la propria presenza militare, i media statali iraniani hanno ripreso le parole di un alto funzionario secondo cui l’Iran porrà fine alle ostilità solo “quando lo riterrà opportuno” e, soprattutto, “quando saranno soddisfatte le sue condizioni”. La stessa fonte ha definito “eccessiva” la proposta statunitense, smentendo categoricamente l’esistenza di colloqui diretti in corso, nonostante le ripetute aperture da parte della Casa Bianca che parlava di negoziati portati avanti anche tramite intermediari. Un funzionario politico-militare iraniano, intervenuto all’emittente libanese Al-Mayadeen – affiliata al gruppo armato Hezbollah – ha rivelato che Teheran ha informato il Pakistan, uno dei possibili canali diplomatici, di non poter accettare la struttura in quindici punti della proposta americana.

Le frizioni non si limitano al fronte marittimo. Nei giorni scorsi, i Guardiani della Rivoluzione iraniana hanno rivendicato attacchi missilistici contro diverse località nel nord e nel centro di Israele, inclusa l’area di Tel Aviv, nonché contro obiettivi militari statunitensi posizionati in Kuwait, Bahrein e Giordania. Questi attacchi, che dimostrano la capacità dell’Iran di colpire su più fronti regionali, rappresentano un’estensione della strategia di pressione già in atto nel Golfo. Nonostante le minacce dirette alla navigazione e alle installazioni militari, il Pentagono ha difeso la propria decisione di inviare ulteriori forze terrestri, giustificandola come un rafforzamento delle opzioni a disposizione del comandante in capo per gestire una crisi che sta mettendo a dura prova l’economia globale e la stabilità dell’intero Golfo Persico.

Il video diffuso e le reazioni sul campo

A corredo della rivendicazione, l’Iran ha diffuso tramite i propri canali ufficiali un video che mostra il lancio dei missili “Qadir” verso il mare, un’immagine destinata a smentire le precedenti smentite americane relative a un attacco analogo avvenuto all’inizio del mese, quando il Pentagono aveva dichiarato che i missili iraniani “non si erano nemmeno avvicinati” alla Abraham Lincoln. Stavolta, però, la Marina iraniana ha voluto dare risalto all’operazione, con il comandante Irani che ha parlato esplicitamente di “vendetta” e di una risposta ferma alle azioni ostili. Il video, diffuso mentre le agenzie di stampa riportavano anche un attacco missilistico contro una base statunitense a Baghdad, ha ulteriormente innalzato il livello di tensione, sebbene non siano giunte conferme ufficiali da parte americana circa l’effettivo danneggiamento della nave o la modifica sostanziale della sua rotta.

Mentre le diplomazie parallele tentano di arginare lo sfacelo, l’attenzione resta concentrata sugli sviluppi militari. La scelta iraniana di prendere di mira la portaerei – simbolo per eccellenza della potenza proiettata dagli Stati Uniti – rappresenta un punto di non ritorno nel confronto che si sta consumando da quasi quattro settimane. Teheran, da parte sua, continua a insistere sulla propria determinazione a difendere la sovranità marittima e a rispondere a quella che definisce una “presenza illegittima” nel Golfo, mentre le navi americane operano in acque internazionali nell’ambito di una coalizione che sostiene Israele. Il braccio di ferro, dunque, si gioca ora sul filo del rasoio tra la mobilitazione delle forze di terra americane e la capacità iraniana di colpire obiettivi ad alto valore strategico con missili a lunga gittata.

L’intensificazione degli attacchi e lo stallo negoziale

Il quadro generale resta quello di uno stallo armato, dove l’opzione negoziale appare per ora subordinata alla prova di forza militare. L’Iran, respingendo al mittente i tentativi di mediazione americana, ha ribadito di voler dettare i tempi della fine della guerra, mentre Israele prosegue con le proprie operazioni e gli Stati Uniti consolidano le proprie basi avanzate. In questo contesto, il canale di comunicazione aperto via Pakistan sembra essersi arenato di fronte alle richieste iraniane di garanzie totali e risarcimenti, considerate dagli americani “irrealistiche”.

Sul terreno, gli effetti della guerra si fanno sentire lungo tutto l’arco dei paesi del Golfo, con Kuwait, Bahrein e Arabia Saudita che hanno riportato nelle ultime ore il lancio di droni e frammenti di missili caduti nei rispettivi territori. Il conflitto, iniziato con un attacco mirato contro infrastrutture iraniane, si è trasformato in una guerra a bassa intensità ma ad altissimo rischio strategico, dove ogni singolo atto d’arma rischia di innescare una reazione a catena incontrollabile. In questo scenario, l’attacco alla Abraham Lincoln si configura non solo come un’azione militare in sé, ma come un messaggio preciso: nessun obiettivo, nemmeno il più protetto della flotta americana, è fuori portata per i sistemi d’arma di Teheran.

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