Eurovision 2026, l'Ebu approva il nuovo regolamento e ammette Israele: Spagna, Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia annunciano il boicottaggio
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Redazione Esteri
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L'Unione Europea di Radiodiffusione, riunitasi in assemblea generale a Ginevra, ha di fatto archiviato le istanze di esclusione avanzate nei confronti di Israele, optando per una modifica strutturale del regolamento piuttosto che per un voto diretto sulla partecipazione del Paese. La decisione, che giunge dopo mesi di pressioni e dibattiti infuocati sollevati dal conflitto a Gaza, ha immediatamente innescato una reazione a catena, con diverse delegazioni nazionali che hanno annunciato il proprio ritiro dalla competizione canora in segno di protesta. L'Ebu, il cui compito è anche quello di preservare l'unità di un'organizzazione che raccoglie membri da tutta Europa e non solo, ha preferito agire sul quadro normativo, introducendo – come riferito – principi di maggiore trasparenza nei meccanismi di voto, una mossa che, se da un lato evita di prendere una posizione esplicita sul conflitto, dall'altro stabilisce un precedente significativo.
Una scelta strategica che evita il voto diretto
Il cuore della vicenda risiede nel voto a scrutinio segreto sulle modifiche regolamentari, annunciate in via preliminare lo scorso novembre, il quale ha dirottato la richiesta di un ballottaggio specifico sull'esclusione di Israele. Approvando le nuove norme, l'assemblea ha implicitamente stabilito che tutti i membri in regola con esse sono automaticamente idonei a partecipare all'edizione del 2026, bypassando così un giudizio politico diretto sulla condotta del governo israeliano. Questa procedura, tecnicamente ineccepibile, è stata interpretata da molti come un chiaro segnale di apertura verso Tel Aviv, nonostante le vibranti proteste di una parte consistente dell'organizzazione, le quali chiedevano una presa di posizione più netta riguardo agli eventi di Gaza, sui quali permangono indagini internazionali e accuse gravissime.
Le immediate defezioni e lo scossone al festival
La risposta non si è fatta attendere, dimostrando quanto la frattura all'interno dell'Ebu fosse profonda e insanabile. Spagna, Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia, infatti, hanno comunicato in rapidissima successione la decisione di non prendere parte al prossimo contest, motivandola esplicitamente con il dissenso verso la partecipazione israeliana. Si tratta di un boicottaggio che priva la manifestazione di alcuni tra i suoi protagonisti storici e di paesi che, negli ultimi anni, hanno ottenuto risultati di grande rilievo, gettando un'ombra di incertezza sull'edizione futura e sulla sua credibilità come evento apolitico. La mossa di queste delegazioni, che segue il solco di analoghe tensioni già emerse in passato, segnala una politicizzazione ormai palese dell'Eurovision, spesso descritto come un semplice spettacolo di intrattenimento, ma costantemente attraversato dalle correnti geopolitiche del momento.
Le nuove regole e il futuro di un contest diviso
Mentre l'Ebu ha dichiarato che l'obiettivo delle modifiche è garantire trasparenza e equità, evitando – come si legge tra le righe – presunte interferenze nelle votazioni, la conseguenza più immediata e visibile resta l'amara spaccatura nella platea dei partecipanti. L'organizzazione, che deve bilanciare sensibilità politiche diametralmente opposte, si trova ora a gestire le defezioni più gravi della sua storia recente, con il rischio concreto che altre nazioni possano seguirne l'esempio nelle prossime settimane. L'Eurovision Song Contest, nato nel secondo dopoguerra con l'intento di unire l'Europa attraverso la musica, si confronta dunque con una delle sue più severe crisi identitarie, nella quale le note non riescono a coprire il frastuono dei dissensi. La strada per Malmö, sede designata per il 2026, appare già irta di polemiche e di assenze che ne ridisegneranno inevitabilmente il profilo e, forse, il significato stesso.
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